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6 Maggio 2016

Captain America: Civil War (Russo)

Cari lettori,
questo è un incontro di Philmosophy alquanto straordinario. Sì, perché come avrete sicuramente notato non sono solito parlare di film appena usciti al cinema, tranne che per The Hateful Eight, perché non voglio rovinare l’approccio che si può avere entrando vergini in quella meravigliosa sala ed anche perché ci sono così tanti film da riassaporare, persi per gli anni della storia, che trovo quasi svilente andare a recensire un film che non ha ancora detto tutto. Ma anche perché mi viene difficile un’analisi laica e “fredda” dopo solo una visione – solitamente alla prima visione mi piacciono quasi tutti i film (tranne Batman v Superman!). Ma oggi, come avrete capito, facciamo dell’atto straordinario l’ordinarietà ed andiamo a parlare di un film che il mondo intero aspettava ansioso, fra battaglie di pensieri, schieramenti opposti su etica, morale, giustizia e libertà. Un film che di potenziale ne aveva moltissimo e che ha creato un’attesa talmente tagliente e vibrante che le sale dei cinema erano divise fra: #teamcap e #teamiron. Ecco, tutto il suo valore l’ha espresso in quelle sale ed oggi, in punta di piedi, andrò a dire la mia su un film del 2016 per la regia dei fratelli Russo: “Captain America: Civil War“.


Nel 1991, agenti dell’HYDRA in Siberia risvegliano Bucky Barnes dal suo sonno criogenico e lo trasformano nel Soldato d’Inverno, condizionandolo mentalmente in modo che obbedisca a chiunque reciti una specifica combinazione di parole. In seguito Bucky viene inviato a recuperare da un automobile una valigetta contenente dei campioni di siero del super-soldato, e uccide gli occupanti del veicolo.

Nel presente, approssimativamente un anno dopo la battaglia di Sokovia, Steve Rogers, Natasha Romanoff, Sam Wilson e Wanda Maximoff impediscono a Brock Rumlow di rubare un’arma biologica da un laboratorio a Lagos, Nigeria. Durante lo scontro Rumlow aziona un giubbotto esplosivo, suicidandosi, ma Wanda limita l’esplosione, uccidendo però diversi volontari del Wakanda, e aumentando la sfiducia della comunità internazionale nei confronti degli Avengers.

Al quartier generale degli Avengers, il segretario di stato Thaddeus Ross informa gli Avengers che le Nazioni Unite hanno stipulato gli Accordi di Sokovia, che stabiliranno un ente governativo internazionale per monitorare i superumani, il cui numero è in rapida crescita, e decidere quando chiedere l’intervento degli Avengers. La squadra è divisa; Tony Stark sostiene la necessità di una supervisione esterna poiché si sente in colpa per aver creato Ultron e la conseguente distruzione di Sokovia, mentre Rogers fatica a fidarsi dei governi e delle istituzioni dopo la caduta dello S.H.I.E.L.D., e ritiene che gli Avengers debbano essere liberi di decidere di propria volontà quando intervenire.


Cercherò di fare meno spoiler possibili, ma siate consapevoli che qui di seguito potremmo incappare in tempistiche avanzate del film e quindi potreste rovinarvi la prima visione. Ma se non siete fan accaniti della serie Marvel e se gradite leggere i pensieri di un (non) comune mortale, allora proseguite pure. Anzi, accomodatevi!

Inizio col dire che non ho letto i rispettivi fumetti e quel che so sul mondo Marvel lo so esclusivamente tramite i film che la stessa ha rilasciato negli anni. Quindi conosco gli Avengers, i loro caratteri, punti deboli e di forza, tramite i film biografici e di gruppo che tutti conosciamo. Detto ciò, possiamo davvero cominciare.
Civil War aveva in sé, prima del rilascio, un potenziale immenso. Poteva trattare temi etici e filosofici (libertà, gruppo, personalità, ego, psicologia) come nessun cinecomic avesse mai fatto. Tutto questo potenziale si è riassunto nella divisione fra il #teamcap ed il #teamiron, cosa giusta e sana per mantenere una nota pressoché passatempistica con la quale il cinema è nato e, ancor di più, con la quale andrebbero comunque vissuti film di questo genere. Sì, perché nonostante Civil War abbia al suo interno tutti questi temi, sicuramente non è un film deltoriano o cronenberghiano (per citarne due che trovate su queste pagine), ma nasce con l’intento di divertire ed intrattenere, se poi riesce pure a fare pensare è tutto di guadagnato. Il problema di questi titoli, forse, è proprio questo: possono fare, ma non fanno – o non fanno abbastanza, secondo il nostro giudizio personale. Ma io, come ho anticipato, decisi tempo fa di godermi i film Marvel per quel che sono senza andarmi ad impelagare in parallelismi con la fumettistica che, comunque, avrebbero poco senso visto che la stessa Marvel ha più volte dichiarato che il mondo cinematografico si discosterà, anche se non del tutto, da quello fumettistico.

E se il problema è nell’attesa immensa e nelle aspettative troppe elevate, lo è sicuramente anche nella realizzazione che, immancabilmente, si fa mancare qualcosa. Ma non parliamo di qualcosa di soggettivo e che, quindi, a me può esser mancato, ma al regista no – e quindi ‘sticazzi. No, parliamo di oggettività. Andiamo per gradi.

Si crea nel pubblico appassionato e non una dicotomia, una rivalità di idee e di ideologie, e si vanno formando le due grandi fazioni che dovrebbero scontrarsi nel film per valori etici e morali: #teamcap e #teamiron. E’ una cosa meravigliosa. Peccato non sia così nel film. Dopo una analessi ed una prolessi ad inizio pellicola, Civil War ci sbatte in faccia, essenzialmente, la scelta: imbrigliamo gli Avengers sotto leggi (imperfette) che potrebbero valorizzarne il proprio essere, o li lasciamo liberi di scegliere dove intervenire, quando intervenire e come intervenire? Ovviamente a sfondo di questa scelta ci sono gli accadimenti di New York, Sokovia e Lagos. Se possiamo (e forse dobbiamo) passare oltre ad alcune imprecisioni avvenute ad inizio film, a questa mancata elaborazione della scelta cosa dovremmo fare? Dov’è la discussione? Dov’è l’umanità che dovrebbe fuoriuscire in una situazione simile? Dov’è l’onere della scelta? Civil War impacchetta tutto ciò e lo sforna in cinque minuti di dialoghi, banalotti e superficiali, a sfavore di qualche linea di sceneggiatura più raffinata e pungente. Non sempre c’è necessità di essere troppo verbosi, giustamente, ma allora utilizziamo bene la dote della sintesi che non significa non dire, ma dire l’essenziale. La discussione sulla scelta viene rotta quando Cap deve lasciare la scena per recarsi altrove e, fino a fine film, non viene ripresa. Ma il film non era Civil War? Per esserci una guerra civile debbono esserci scontri ideologici. Dove sono? Li abbiamo saltati a piè pari. E, come detto, nel finale si riprende a discutere sulle motivazione dell’una e dell’altra parte, ma deviandole sul privato di ciascun personaggio, cosa meravigliosa che però tende a sviare il focus e ad interdire lo spettatore che s’inebria dello scontro finale, ma non capisce (come è successo a me) le motivazioni di Cap. Dico solo di Cap perché, e questo è un mio giudizio personale, il personaggio di Iron Man è il meglio sviluppato. Ha una storia lineare, sincera, complessa, ma bellissima nella sua lucidità che, alla fine di questo film, si apprezza e si conosce ancor di più. E se quindi sono riuscito a capire le motivazioni di Tony Stark e a capire, ancor meglio, la sua vita e la sua psicologia (che è trattata finemente e con maestria), allora non sono riuscito a capire Capitan America che, di per sé, avrebbe un ruolo eticamente meraviglioso: custode e patriota degli USA che contravviene ad un regolamento USA in favore della propria libertà d’azione (volontà di potenza, ohoh!) così divenendo un clandestino, un ricercato fuorilegge che, non solo perpetua il suo credo scontrandosi con la controparte, ma arriva allo scassino, all’atto terroristico (sì, perché quando va in quel posto a fare quella tale cosa alla fine, è un atto terroristico se pensato e vissuto dalla parte del governo USA). E’ bene dire, però, che arriva a quel gesto perché anche la controparte, quella USA e quella di Iron Man (che non è propriamente sulle idee di USA, ma crede siano le migliori se paragonate a quelle di Cap), con la sua disciplina e la sua idolatria democratica arriva ad incatenare coloro che, anche sbagliando e causando (?) migliaia di morti, hanno sempre tentato di salvare il mondo o, quantomeno, di proteggerlo.

E’ lapalissiano quindi che nessuna delle due fazioni abbia la verità, ma è lapalissiano che Civil War non cristallizza nulla di tutto questo. Ci devi arrivare tu, con le tue conoscenze della storia Marvel e la tua cultura generale. E questa sarebbe una cosa bellissima in un film di Lynch, non in uno della Marvel diretto dai fratelli Russo, intendiamoci. A Civil War mancano dialoghi, mancano scene immaginifiche, manca la descrizione del dibattito sulla scelta, sulle conseguenze, sulle migliorie e sull’onore della stessa. Manca tutto questo, quindi manca il film. Film che, tolto ciò, è anche gradevole quando non tenta di diventare prolisso e verboso in punti ed occasioni che non dovrebbero esserlo. Ci sono parti del film noiose, davvero, che non catturano l’attenzione ed anzi rilassano talmente lo spettatore quasi ad annoiarlo. Battute ironiche fuori posto; alcuni recensori dicono sia una comicità più matura. Balle. E’ comicità matura mal riuscita. Preferivo “sarcasmo ed ironia taglienti” a quelle battute scritte solo per stemperare le bellissime scene di ansia e pathos che, di per sé, andrebbero lasciate nude e crude.

Ecco, forse l’errore più grosso di Civil War è che tenta di essere maturo, non riuscendoci, ed andando a peccare laddove i film Marvel sempre avevano successo. Poi è indubbio che, ad esempio, le scene dei combattimenti siano orchestrate bene: le lotte corpo a corpo hanno una regia ed una coreografia molto accattivante, con un qualcosa di orientale (forse?). Lo scontro all’aeroporto è una delle scene più divertenti del film anche se, volendo essere matura, è stata forse un po’ troppo allungata inutilmente risultando tediosa proprio nel mezzo.

Insomma, tirando le somme (eheh!) e sapendo di aver dimenticato molte cose: Civil War è un film medio, mi verrebbe da dire mediocre – con accezione negativa – non tanto per quello dimostrato a schermo, ma quanto per quello che volutamente hanno omesso. Scene di lotta belle ed avvincenti. A volte tempi lenti e prolissi, quindi tediosi. Dialoghi troppo superficiali che solo chi è appassionato od ha una conoscenza del “settore” capisce e ne gioisce. Struttura di alcuni personaggi molto bella, di altri pessima.

Il titolo è “Capitan America: Civil War“. Perché io, guardandolo, ho avuto la sensazione che uno dei personaggi meno caratterizzati sia stato proprio il Cap? A favore, tra l’altro, del suo antagonista nella famigerata #civilwar, Tony Stark, che risulta essere, a mio parere, il miglior personaggio Marvel a livello caratteristico.

Cinema o non cinema? Mah, dipende. Gli appassionati andranno a prescindere da tutto, giustamente; chi invece è semplicemente interessato si faccia due conti. Sicuramente è un cinecomic nella media, né sopra né sotto gli altri. Personalmente l’ho odiato e lo odio perché poteva essere molto di più di quel che è stato. Peccato. Ma non è un brutto film, diciamolo.

PS: ma Visione non era mica l’ultra powa? Dov’è la sua forza? Ohibo’!

29 Aprile 2016

Il labirinto del fauno (del Toro)

Cari lettori,
torniamo su queste pagine per parlare di un film che unisce la fantasia alla realtà storica ingabbiando quest’ultima in un labirinto di magia e di tenebre. Questo regista è uno dei miei preferiti e, nei suoi film, ha sempre un netto filo rosso che ne consacra le gesta e la bravura; uno dei registi di genere più famosi ed affermati al mondo, un genio avveniristico. Per la regia di Guillermo del Toro, un film del 2006: Il labirinto del fauno.


«Tanto tempo fa, nel regno sotterraneo, dove la bugia, il dolore, non hanno significato, viveva una principessa che sognava il mondo degli umani. Sognava il cielo azzurro, la brezza lieve e la lucentezza del sole. Un giorno, traendo in inganno i suoi guardiani, fuggì. Ma appena fuori, i raggi del sole la accecarono, cancellando così la sua memoria. La principessa dimenticò chi fosse e da dove provenisse. Il suo corpo patì il freddo, la malattia, il dolore, e dopo qualche anno morì. Nonostante tutto, il Re fu certo che l’anima della principessa avrebbe, un giorno, fatto ritorno, magari in un altro corpo, in un altro luogo, in un altro tempo. L’avrebbe aspettata, fino al suo ultimo respiro. Fino a che il mondo non avesse smesso di girare.»

1944: Francisco Franco è saldamente al potere dopo una guerra civile.
Per sfuggire alla realtà, tramite l’immaginazione, Ofelia viene in contatto con una realtà magica e fantastica. In questo mondo incontra esseri favolosi, tra cui un fauno; tale mondo fantastico è tuttavia anche un mondo reale, visibile.


Cari lettori, questo è un film magico. È il manifesto di Del Toro, è tutto il suo cinema. Nel Labirinto (intendendo il film, abbreviando) il regista consacra tutta la sua bravura sia tecnica sia artistica e, privo di qualsiasi prigione affaristica e monetologica, è libero di dar sfogo alle sue idee più filosofiche ed altamente intellettuali: da qui nasce, appunto, il suo labirinto. Se la sua tecnica rimane indiscussa già dai suoi primi film, come poi verrà tombalmente affermata in Crimson Peak, qui la sua idea artistica e filosofica prende letteralmente il volo: si innalza ad un piano talmente alto e profondo da non esser capita dalla maggior parte degli spettatori e dalla critica più affermata.

Il Labirinto non è un classico film dark-fantasy. No. È molto di più. Il Labirinto è il mondo visto con gli occhi di del Toro, è la cattiveria umana avversa alla fragilità bambinesca che sempre agogna la libertà e la fantasia, ma sempre viene imbrigliata in un mondo dogmatico, fatto di regole e di tirannie adulte: il Labirinto è la consacrazione dell’uomo deltoriano e dei suoi antagonisti più affermati, i bambini e la fantasia. Sì, perché in del Toro ovunque ci sia un adulto c’è il male, e l’uomo può trovare un barlume di umanità (termine usato da noi, nel linguaggio comune, per identificare la pietas e la bontà di cui è, appunto, capace l’animo umano) solo nel dolore e nella malattia. Non ha altre vie, perché è corrotto dalla propria volontà di potenza che lo costringe in una prigione d’oro e più lo lascia libero di tornare alle sua fantasie più assurde e meravigliose.

Non descrivo oltre le meccaniche del film perché ritengo siano parole inutili ed uno spoiler distruttivo nei confronti dell’opera. Il Labirinto è una pellicola che va gustata dall’inizio alla fine, senza interruzioni, completamente vergini alla trama ed agli argomenti trattati. Il Labirinto ti deve prendere, coinvolgere, rubare le emozioni, le lacrime, ti deve indurre i sorrisi, ma anche ti porterà ad una riflessione seria e profonda sull’esistenza dell’essere umano e sul significato di essere un umano – così tanto accostato alla bontà d’animo, ma che, in del Toro, trova una dicotomia fissa e stringente.

Lasciate che il Labirinto vi colga i sentimenti e le emozioni più recondite; date libero spazio alla fantasia e tentate, per una volta, in intimità, di dimenticare d’essere adulti con responsabilità sociali e culturali. In fondo potresti essere anche tu la reincarnazione del principe o della principessa del regno sommerso, o forse il fauno.

22 Aprile 2016

La sottile linea rossa (Malick)

Cari lettori,
torniamo oggi sulle pagine di Philmosophy con un capolavoro del cinema. Oggi è la giornata mondiale della Terra ed anche noi de Lautoradio vogliamo rendere grazie al mondo che ci ospita, che ci permette di vivere e di amare; personalmente ho deciso di omaggiare questa giornata con un film che eleva la natura come quasi nessun altro ha mai fatto: la dipinge come super partes, come madre del tutto – e da madre qual è, ama il tutto sempre ed incondizionatamente. Questo film, inoltre, ha segnato il genere a cui appartiene, lo ha solcato e lo ha ridisegnato, seppur non avendo quel successo presso il grande pubblico che, sicuramente, avrebbe meritato. Parliamo di una pellicola del grande regista Terrence Malick, dell’anno 1998: La sottile linea rossa.


Guadalcanal (Isole Salomone – Sud del Pacifico), 1942: la compagnia di fucilieri Charlie, di un reparto dell’esercito statunitense, viene mandata alla conquista di un campo d’aviazione giapponese posto in cima ad una collina dell’isola. Il gruppo di militari è guidato dal mite capitano Staros, agli ordini dell’ambizioso colonnello Tall; durante il lungo assalto alla collina si consumeranno le vicende e i tormenti interiori di un gruppo di uomini costretti a confrontarsi con i propri doveri e la follia della guerra, mentre la natura, lussureggiante e indifferente, sembra cullarli e contrapporsi alla loro logica.


Il film pur raccontando la guerra non la esibisce come protagonista (si pensi che nei primi quaranta minuti non viene sparato un colpo), ma la inserisce in una narrazione esterna e conseguente all’indole dell’uomo nel lussureggiare della natura. Li contrappone ad una natura che li osserva, li culla, ma mai li giudica; ad una natura che prosegue il suo essere e compie il ciclo che le compete.

Malick, è evidente, vuole utilizzare la guerra per raccontare l’uomo, per raccontare le atrocità che gli competono, ma anche la bellezza della freschezza nei suoi occhi che si riempiono della visione di semplicità e di naturalezza della natura che lo circonda. Il cercare, sempre, di fermarsi e di assaggiare l’aria, cullarsi fra l’erba alta, godersi il vento ed il riparo di una grossa pianta, il sole sul viso o l’acqua scendere in un fiume ed ancora la non violenza del cuore, il terrore di uccidere, la non volontà di uccidere, la ricerca della pace nella guerra. Mette quindi in risalto la contrapposizione fra natura placida, a volte tremenda, ma mai cattiva e la crudeltà umana che trova la sua iperbole in alcune inquadrature e battute che lasciano intuire allo spettatore che gli stessi soldati odiino quello che fanno e che solo chi li comanda, chi è dietro e non ha mai vissuto una guerra di persona, li esorta ad uccidere, a togliere la vita ad un loro simile, mentre la natura li coccola e li consola in un mare verde d’erba esposta al soffiare del vento.

Nel film ricorrono spesso tormenti interiori di vari soldati, tutti co-protagonisti, ed il regista racconta, appunto, la loro storia e la loro evoluzione con riflessioni, analessi e voci fuori campo che ne esplicano i pensieri più profondi e reconditi. La pellicola doveva durare, secondo il montaggio di Malick, più di sei ore, così raccontando e sviluppando l’intera storia di ogni co-protagonista, ma il regista si vide costretto a tagliare molte parti del film e a portarlo ad una durata di circa tre ore per ordine della produzione. Rimane il dubbio di che cosa realmente Malick potesse raccontare se avesse avuto il final cut, vedendo, appunto, cosa è riuscito a fare pur essendo sotto la morsa imprenditoriale delle produzioni: un vero peccato.

Quindi, “La sottile linea rossa” è un film da vedere assolutamente, amanti o non del genere, perché fa riflettere, spalanca gli occhi, la mente e la bocca, colpisce l’animo e la sensibilità dello spettatore mostrando scene nude ed iperboli personali mozzafiato. La tecnica del regista è pressoché perfetta, la trama è ben strutturata, la sceneggiatura è composta, la fotografia è immensa: il film è un capolavoro. Per inquadrare chi sia Terrence Malick bisogna dire che molti attori famosi di Hollywood chiesero di poter recitare nel film, anche gratuitamente, ma Malick scelse di propria testa, libero da qualsiasi pressione o da giogo di potere.

Candidato e vincitore di molti premi, fra cui sette candidature all’Oscar, il film è divenuto un cult.
Prendetevi tre ore per voi e godetevi questo capolavoro di Malick.

16 Aprile 2016

Per tutto l’oro del mondo

Come sempre in un romanzo di Carlotto ci sono molte più cose di quanto appaia a una lettura superficiale.  La storia si legge con piacere, specie per i lettori affezionati alla figura dell’Alligatore, soprannome di Marco Buratti, un ex cantante di blues, che ha passato diversi anni in galera per una condanna ingiusta e ora fa l’investigatore senza licenza.

Lo affiancano nella sua attività Max la Memoria, una sorta di archivio vivente di tutto quello che accade ed è accaduto a Padova e dintorni, a cui l’attività politica giovanile ha procurato una condanna per banda armata che lo ha reso da anni latitante.

Se i due sono per diversi aspetti una sorta di alter ego dell’autore, il loro compagno di avventure, il gangster Beniamino Rossini, ha il fascino del bandito romantico: contrabbandiere fra le coste dell’Adriatico, ha un’etica non precisamente legale ma severa, e un codice di comportamento  difficile da capire anche per le nuove generazioni di fuorilegge. Criminali che rischiano poco, infatti non rapinano più le banche ma le ville, creando paura diffusa, terreno di coltura per derive securitarie,   in cui trovano facilmente giustificazioni i  “giustizieri della notte” ma anche quanti dalle paure altrui si sono ricavati carriere politiche.

L’aspetto più interessante è lo sguardo disincantato sul Nord Est italiano e le sue contraddizioni.

Carlotto è un attento osservatore delle trasformazioni sociali e parte sempre da reali fatti di cronaca per costruire le sue storie: e infatti troviamo casalinghe dalla doppia vita, vittime che si fanno persecutori, moralisti senza morale.  Buratti e compagni sentono ancora bisogno di giustizia, non necessariamente di legalità, soprattutto per i più deboli e indifesi e questo ci consente di immedesimarci e di amare questi personaggi.

Se altri perdono ogni umanità, accecati come sono dalla brama di denaro  (e di potere, come il Giorgio Pellegrini di altri romanzi, che fa qui una fugace ma promettente apparizione)  l’Alligatore lavora anche gratis, o meglio per simbolici venti centesimi, per rimettere un po’ a posto le cose.

Uno sguardo particolare quello sulle donne che finalmente qui non appaiono nel ruolo di vittime, l’unico che gli venga consentito dalla  cronaca odierna.

Se poi avete voglia di leggere altri romanzi di Carlotto certamente troverete un sacco di temi interessanti e una lettura attenta dei problemi contemporanei. Anche la sua vicenda giudiziaria, in parte narrata  in “Il fuggiasco” merita di essere conosciuta.

Vale la pena di leggere la recensione di  Alessandro Bullo http://www.thrillercafe.it/per-tutto-loro-del-mondo-massimo-carlotto/ che riguarda la narrativa noir.

Quanto alla musica ce n’è talmente tanta nel romanzo, sempre che vi piaccia il blues.

La lettrice disordinata

15 Aprile 2016

eXistenZ (Cronenberg)

Cari lettori,
oggi un appuntamento speciale con Philmosophy per parlare di un film che racconta una realtà nella realtà di una realtà, che è nella realtà di una realtà. Insomma, parliamo di una pellicola che fa sua, forse più di ogni altra, una delle domande fondamentali dell’uomo: la realtà che vediamo è davvero la realtà vera? Per la regia del grande David Cronenberg, un film del 1999: eXistenZ.


In un futuro imprecisato, la famosa creatrice di videogiochi Allegra Geller sta per presentare la sua ultima creazione: eXistenZ, un gioco basato su un particolare sistema di collegamenti biologici che permette al giocatore di vivere una dimensione parallela del tutto realistica. Durante la prima dimostrazione del gioco, un terrorista infiltrato fa fuoco e ferisce Allegra: quest’ultima sarà costretta a fuggire insieme a Ted, addetto alla sicurezza nella ditta che distribuisce eXistenZ. Il ferimento della donna, a quanto pare, ha messo a repentaglio la stessa sopravvivenza del gioco.


Il 1999 è un anno proficuo per le pellicole a sfondo fantascientifico e, soprattutto, per quelle che trattano la questione della realtà nella realtà. Matrix ne è il capostipite, ma oggi noi parliamo di eXiStenZ. Innanzitutto va detto che per apprezzare il cinema di Cronenberg andrebbe conosciuta tutta la sua filmografia, tant’è che i suoi film sono un susseguirsi ed uno svilupparsi di idee che inizia, appunto, a sviluppare al principio della sua carriera e che con gli anni perfeziona e rende sempre più complete e dettagliate. L’idea che sta alla base di eXistenZ è semplice: questa realtà nella quale noi respiriamo è la realtà vera? Differentemente da Matrix, citato poco sopra, non v’è una dicotomia fra macchina e uomo, quindi un futuro così lanciato in avanti, bensì v’è una diatriba sanguinolenta fra due fazioni per un’ideale del tutto frivolo se non superfluo – ma non farò spoiler.

Guardando eXistenZ proviamo più stati d’animo, abbiamo più idee che si sviluppano nella nostra testa e che, man mano che il film avanza, vengono fagocitate da altre che fino alla scena prima non erano nemmeno in essere. Quindi è una pellicola che smuove la mente, che necessita ragionamento ed elasticità mentale, che fa riflettere e che si rivela scomoda allo spettatore; existenZ è un film che si lascia assorbire con una facilità disarmante e proprio grazie a questo lo spettatore si sente scomodo perché, a differenza di altre pellicole, questa l’ha assorbita proprio tutta. Cronenberg è riuscito ad impacchettare un film che una volta visto non si dimentica, anzi, ogni tanto ritorna in testa e ci spinge a porci delle domande: spinge, oltremodo, al volerlo riguardare sapendo pur bene che il film in sé è fastidioso, proprio perché non parla di una storia aliena al nostro essere. No, Cronenberg parla proprio di noi. E lancia una critica fortissima e vigorosa al mondo che, nel 1999, lui capì che sarebbe nato; l’uomo non sa se la realtà in cui vive sia effettivamente vera o falsa, immaginiamoci l’uomo che vive in una realtà da lui creata per fuggire dalla realtà in cui vive, pur sapendo che, forse, questa stessa realtà potrebbe essere solo una falsa realtà costruita per nascondere la vera realtà. E se questa è la critica di base che muove le fila dell’intero film, nel sottotesto ci sono altre innumerevoli critiche alla società di quegli anni che già si stava spingendo, con la fantasia e con la tecnologia, in un futuro di cui non si sapeva nulla. Inutile aggiungere che questa visione del regista nasce e cresce da una visione filosofica ben definita; in questo film Cronenberg lascia presupporre che conosca la filosofia di Schopenhauer e che la condivida, proprio perché va a metter mano in ambienti tipicamente schopenhaueriani come il velo di Maya (la vera realtà sotto una falsa realtà) ed un pessimismo quasi stoico che innalzi quei momenti ludici e felici fra l’andirivieni della crudezza della vita.

Cronenberg in eXistenZ usa lo sfondo del videogioco, che diventa una vera e propria realtà virtuale, per muovere l’intera pellicola che, a sua volta, ci fa notare, sì critiche asprissime di cui ho scritto sopra, ma anche una critica ferrata ad un futuro che lui (il regista) vedeva come prossimo e che puntualmente si è avverato. Nel 1999 i videogiochi erano già diffusi e vantavano già un pubblico accanito ed affamato di novità, ma è stato solo con gli anni futuri che ciò che prima segnava solo un divertimento – come uno sfogo dalla realtà -, poi dava linfa a lotte e guerre, prima mediatiche e poi anche fisiche, fra oppositori e favorevoli di questa nuova realtà, appunto, videoludica. Ma non si ferma qua Cronenberg, facendo emergere la possibilità che dalle parole e da qualche tafferuglio si potesse passare a veri e propri atti terroristici in nome di un “divertimento” che sempre meno punta a divertire, bensì ad anestetizzare la società in favore del controllo culturale.

Se queste parole non ci sono nuove non è un caso: dal periodo gonfio di cultura delle domande, delle infinite domande, siamo passati al periodo delle infinite risposte e della madre scienza risponditiva. Questo è uno dei tasselli più importanti nella filmografia di Cronenberg che, guarda caso, spunta in ogni suo film e, con forza assai vigorosa, in eXistenZ. Il film non punta a darci risposte, anzi, e non vuole essere un baluardo escatologico, ma gradisce porci delle domande che, forse, abbiamo smesso di farci in favore di risposte che non sappiamo nemmeno se essere vere o false. Cronenberg vuole farci riflettere e vuole scomporre la nostra sicurezza colpendoci in pieno. E con la scena finale ci lascia con una domanda: ma qual è la realtà? qual è la verità? mi sto facendo la giusta domanda?

Perché la risposta è il tratto di strada che ci siamo lasciati alle spalle: solo una domanda può puntare oltre.” – Jostein Gaarder

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