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8 Aprile 2016

Crimson Peak (Del Toro)

Cari lettori,
in questo appuntamento parleremo di un regista che adoro; di un film che, per me, ha segnato la sua consacrazione nell’abilità di gestire la macchina da presa, la scenografia e la sceneggiatura; un film che lo eleva ed eleva tutta la sua opera. Una pellicola ricchissima di dettagli, anche finissimi, che rimbalzano negli occhi creando stupore e meraviglia. Per la regia di Guillermo Del Toro, un film del 2015: Crimson Peak.


1887. Edith Cushing, la giovane figlia di Carter Cushing, un ricco uomo d’affari, viene sorpresa durante una notte dal fantasma sfigurato di sua madre morta di colera. Lo spirito avverte la propria figlia: “Attenta a Crimson Peak“.

Quattordici anni dopo, Edith è ormai un’autrice che preferisce scrivere storie di fantasmi piuttosto che romanzi rosa, come vorrebbe il suo editore. Incontra ben presto Sir Thomas Sharpe, un giovane baronetto inglese in cerca di investitori, tra cui il padre di Edith, per finanziare una sua invenzione per estrarre l’argilla rossa dai giacimenti minerari. Non confidando nell’aristocrazia privilegiata e convinto che il prototipo di Sharpe non sia sufficientemente adeguato per essere finanziato, il Sig. Cushing respinge la proposta di Sir Thomas. Edith nota che Sir Thomas e sua sorella, Lady Lucille, portano abiti costosi ma fuori moda. Poco dopo, Edith ancora una volta è visitata dallo spirito di sua madre che le ripete lo stesso avvertimento di quattordici anni prima: “Attenta a Crimson Peak“.


Mi fermerei qui con la trama, perché questo film va vissuto ed assaporato, boccone per boccone, completamente ignari del suo essere. Quando andai al cinema a guardarlo, ci andai completamente vergine di ogni sua parte: non vidi trailer, non lessi sinossi, non mi interessai nemmeno del cast: completamente puro. E quel che mi attraversò non fu solo la bellezza visiva della pellicola, ma la filosofia di Del Toro, la complessità del suo pensiero che, se letto su di un saggio può risultare astruso, ma vissuto attraverso un film risulta essere leggero, fruibile e saporito. Mi piace definire Del Toro un regista filosofo e fra poco vedremo il perché.

A differenza delle altre volte, proseguendo potreste incappare in alcuni spoiler velati e non distruttivi, ma per parlare con senno di questa pellicola e del suo regista bisogna, quantomeno, avere una visione generale della cosa e noi andremo a fare proprio questo.

La recensione potrebbe finire con una sola parola: magniloquente.
Crimson Peak non è altro, a mio avviso, che forse il miglior film del regista che ha permesso allo stesso di danzare sulla sua dicotomia preferita: umano, bontà. L’uomo per Del Toro non è mai buono, mai, solo i bambini hanno una inconsapevolezza che li rende affascinati e quindi affascinanti da e per il mondo; Del Toro accosta sempre il male all’uomo, come se l’uno fosse la persona e l’altro il proprio bastone, ed in questo film tocca l’apice di questa trama. Del Toro, e qui mi spingo, pare avere una visione abbastanza nietzschiana dell’uomo, forse più cadente verso l’ala schopenahueriana: mette sempre in risalto quella volontà di potenza, quella volontà di vita dell’uomo, che lo porta sempre a compiere il male, rendendolo atroce e putrido, marcio per questa volontà, ma rendendolo al tempo stesso affascinante proprio per lo stesso motivo.

Due parole sulla casa: quella casa è il simbolo del pensiero di Del Toro. Bellissima, ma decadente; affascinante, ma intimidatoria; alla mente calda e accogliente, ma alla vista fredda e dura (forse il contrario, o forse è ambivalente). Insomma, la casa è il capolavoro del film, lo stesso Del Toro lo dice e ne è fiero; piena di dettagli anche sottili, piena di rimandi fiabeschi e citazioni: bellissima. La sua imponenza che sprofonda nell’argilla non è altro che un aiuto allo spettatore per il proseguo del film: questa poderosa e immensa bellezza che, oramai decadente, crolla sotto ciò che permette all’uomo di vivere; una volta visto il film troverete facilmente il filo rosso che collega la storia dei protagonisti con la storia della casa, non tanto in quanto casa, ma quanto rimando metaforico, quasi allegorico, della vita umana e dell’uomo “deltoriano”.

L’operazione cast è azzeccatissima: se Mia Wasikowska è la parte dolce, materna e fiabesca del film (almeno nella prima parte), Jessica Chastain è sicuramente la parte femminea, calcolatrice, fredda ed assolutamente affascinante della pellicola, allora il buon Tom Hiddleston non è altro che il cardine su cui si basa la narrativa. Assolutamente corretta, a mio avviso, la sua bassa iperbole nella recitazione, non tanto in termini relativi, bensì in termini assoluti, perché su di lui verte l’intera bilancia della pellicola e, sempre sulle sue spalle, verte la filosofia di Del Toro: l’uomo malvagio può tentare la redenzione, può cercare di combattere il proprio animo sporco e marcio, anche con gesti poderosi e di buona volontà, ma rimane aggrappato, appunto, alla propria volontà di vivere e di esistere, rimane appeso alla voglia d’essere in essere e non semplicemente d’essere e basta; da qui la discesa affannosa e la tentata ascesa di Tom nel finale che, però, non potrà mai essere completa – in quanto l’animo umano è sempre e comunque oscuro e marcio – e la detta ascesa, nietzschiana, è propriamente un male che solo gli uomini talmente malvagi da percorrerla potranno realizzarla, e Tom è a mezza via: troppo umano per poter vivere, troppo sensibile all’amore per potersi ascetizzare. Tutto ciò è sempre ricoperto da un velo, l’apparire del film (nello specifico potremmo parlare di Buffalo), che ricorda molto il pensiero schopenahueriano, il velo di Maya ed il pessimismo, che cinge ed ingloba in sé quella punta elevata di nietzschismo crudo e violento di cui sopra.

Quindi Del Toro ha confezionato un gioiello, sì con alcune pecche, ma con nessun grande difetto, che ne incorona la sua filosofia ed idea del mondo e la rende fruibile grazie ad un bellissimo horror gotico spennellato, qua e là, da del buon proto-fantasy.


Finisco qua la scrittura, perché altrimenti potrei scrivere per ore ed ore e scendere nei dettagli del film, tra fantasmi e personaggi secondari – che secondari proprio non sono -, ma cadremmo nello spoiler e questa è una cosa che voglio fermamente evitare. Piuttosto, se volete creare una discussione anche su alcuni punti volutamente non trattati in queste righe, scrivete la vostra idea qui sotto nei commenti, o sui social de Lautoradio o miei, che trovate qua attorno.

PS: ah, è disponibile il blueray: compratelo e stati attenti a Crimson Peak.

26 Marzo 2016

Sunshine (Danny Boyle)

Carissimi lettori,
torniamo su queste pagine con una nuova recensione, con una discussione su un film che, personalmente, mi è piaciuto moltissimo e che solca le acque psico-filosofiche all’interno del cinema di fantascienza con notevole maestria. Per la regia di Danny Boyle, con la sceneggiatura di Alex Garland, un film del 2007: Sunshine.

Nell’anno 2057 il Sole si sta spegnendo e la Terra, e con essa il genere umano, rischia l’estinzione a causa di una conseguente glaciazione globale. Per tentare di salvarla è stato mandato in missione un esperto equipaggio composto da due astronauti e da un gruppo di scienziati a bordo dell’enorme astronave Icarus II, con l’incarico di gettare e detonare nella stella una gigantesca bomba atomica stellare (con massa pari a quella dell’isola di Manhattan) al fine di riattivare le reazioni nucleari all’interno del Sole ed evitarne così lo spegnimento – come se si creasse una stella dentro la stella. A compiere la stessa missione, sette anni prima, nell’ambito dello stesso progetto, era stata mandata l’astronave Icarus I, di cui però si erano perse le tracce prima che raggiungesse il Sole. Quella dell’Icarus II è l’ultima possibilità, perché per fabbricare questa seconda bomba è stato utilizzato tutto il materiale fissile rimanente trovato sulla Terra.

Data questa sinossi, Sunshine metterà in scena molteplici atti teatrali al cui interno si svolgeranno diverse trame intrinsecamente legate fra loro, ma estrinsecamente differenti. Vantando una sceneggiatura saporita e vivida, Boyle riesce a governare la pellicola in modo sontuoso, danzando fra piano sequenza e primo piano, saltellando da un ritmo docile ed abbracciante ad un ritmo, invece, più incalzante e tamburellante. La pellicola, quindi, è gestita in modo efficiente sul piano del ritmo e del montaggio che la rendono, poi, a scatola chiusa, un prodotto né lento né veloce, né noioso né tracotante. E se sul piano puramente scientifico ci sono degli errori anche grossolani, accompagnati da licenze poetiche che tentano, in qualche modo, di fondersi con l’errore e renderlo una sorta di avanguardia futurista – se non scientifica, quantomeno poetica -, sul piano psicologico e filosofico le cose cambiano: abbiamo una pellicola che basa quasi la totalità della sua bellezza, sì sul rendimento grafico del sistema solare e della stessa stella, sì sulla bellezza un po’ cupa dell’astronave e del significato stesso dell’azione salvifica che governa la trama principale, ma colonna portante della stessa sono i rapporti umani fra gli astronauti. Le loro decisioni, indecisioni, sofferenze e sentimenti governano tutta la pellicola guidandola sempre con l’acceleratore pigiato sul lato umano ed umanistico della vicenda. Se dapprima abbiamo una costruzione dei personaggi che già risultano essere complessi e notevolmente ben scritti, man mano che si avanza con il minutaggio – e quindi con la trama stessa – i caratteri si infittiscono, si intrecciano, si scoprono zone d’ombra e fino alla fine del film queste micro-fusioni fra i caratteri dei personaggi continuano con un ritmo sempre più incalzante, rendendo quasi da “suono di sottofondo” alla macro-esplosione che è il fine della missione stessa.

In Sunshine accarezziamo la bontà d’animo, la crudezza della scelta, la voracità dell’abbandono, la delusione, l’amore per la famiglia, l’affetto per l’obiettivo della missione, il coraggio messo in campo non per salvare se stessi, ma per soccorrere il prossimo – anche in veste di umanità tutta. Ed è qui che si unisce al livello psicologico – che, diciamolo, poco mi compete e che spero di aver trattato con sufficiente garbo e padronanza -, il livello filosofico. Sì, perché se di primo acchito potremmo pensare che questa pellicola abbia solamente molto da dire in ambiti puramente cinematografici (regia, sceneggiatura, montaggio, musiche: divine!), in ambito scientifico, in ambito psicologico ed umanitario, dopo una attenta visione possiamo invece notare, e quindi aggiungere, il livello forse più importante su cui si basa l’intera sceneggiatura: l’escatologia.

Potremmo parlarne e scriverne per ore, ma cercando di riassumere possiamo dire, senza tema d’essere smentiti, che Sunshine ha un grande messaggio in sottofondo sul quale, poi, si costruisce una trama finalizzata alla sopravvivenza della razza umana, una trama finalizzata all’intreccio delle psicologie umane dei personaggi che lo governano, ed un messaggio finale di monito riguardo tutte le sotto-trame sopra citate. Il grande messaggio, invece, che rimane a sfondo di tutto il film, è la filosofia della “missione umana”. Anche se l’escatologia non tratta principalmente di questo fine umano, o meglio non è il suo ambito preferito nel quale srotolare tutte le sue conoscenze che fino ad oggi si sono storicizzate, possiamo dire che comunque è terreno escatologico: il Sole si sta spegnendo, la Terra rischia il congelamento e con esso la fine dell’uomo. Qual è, quindi, il fine dell’uomo? Sunshine lo racconta, anche se sempre sotto un velo – di Maya? – che ne permette la fruizione solo ad un’attenta visione non interrompendo, invece, lo scorrere del film.

Dobbiamo sapere che ci sono diverse risposte all’escatologia. D’altronde l’uomo si pone la medesima domanda da parecchi secoli (comunemente da Talete in poi, quindi dal VII secolo a.c. ai nostri giorni) e, naturalmente, è arrivato a rispondersi, tramite uomini diversi in secoli diversi, in modalità diverse. Nel film non viene presa una posizione in tal senso, e quindi non viene rappresentata una via di salvezza se non nel finale che, ovviamente, non vi svelo. Rimane il fatto che Boyle e Garland lasciano una via di fuga, propria dello spettatore, che porta comunquemente alla fine escatologica dell’uomo, quindi – potremmo dire – alla salvezza del suo essere in quanto essere: che porta alla compiutezza intrinseca dell’essere in quanto essere, appunto – onticamente ed ontologicamente.

Non v’è bisogno alcuno di dilungarsi in prolisse e logorroiche speculazioni. Sunshine va guardato, merita la visione e merita, sopratutto, il tempo della nostra riflessione sulle domande che nasceranno in noi alla fine dei titoli di coda. Badate bene, non tanto alle domande volutamente inserite nel contesto tramesco del film, ma quanto alle domande che scaturiranno dal sottotesto volutamente nascosto – Maya? – che dal suo essere solamente intellegibile governa il subconscio rilasciando, a tempo debito, le domande che muovono l’uomo da quando iniziò a camminare sulla Terra: chi siamo? da dove veniamo? e perché siamo qui?


PS: sopra ho parlato di errori scientifici evidenti. Bene, vi lascio il link ad una recensione scientifica di Sunshine fatta da un ragazzo tanto amabile quanto in gamba: recensione scientifica.

12 Marzo 2016

The Hateful Eight (Tarantino)

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Philmosophy #1

6 Novembre 2015

Know your enemies

Come on!
Yes I know my enemies
They’re the teachers who taught me to fight me
Compromise, conformity, assimilation, submission
Ignorance, hypocrisy, brutality, the elite
All of which are American dreams

Rage against the machine – Know your enemy – 1992

 

Non è un mero esercizio di stile l’individuazione dei propri nemici, capire chi è il tuo nemico, quali armi usa e quali altre ne ha a disposizione è una pratica minima per vincere una guerra!
Un esempio?
Il Tour de France del 2011 vede come favoriti Andy Schleck e Alberto Contador, e a seguire una serie di outsider più o meno seri. Andy, finalmente, ha una squadra all’altezza, ha fatto una preparazione per puntare alla vittoria del Tour e si sente sicuro di poter battere tutti quanti, compreso Alberto Contador, suo eterno rivale. Alberto sembra fare della pretattica, dice di non essere in forma e che non deve essere considerato tra i favoriti ma nessuno gli crede, del resto due Tour de France non si vincono per caso e tutti credono che faccia parte del suo progetto, pretattica appunto.
Pronti via maglia gialla allo specilista delle crono brevi Gilbert, ma alla seconda tappa la maglia cambia padrone, va sulle spalle del norvegese Hushovd, bravo a tenerla per una settimana, quando va sulle spalle del francese Voeckler. Grande impresa la sua che non arriva alla leggendaria accoppiata tappa e maglia perché battuto da Luis Sanchez per 5 secondi. Cosa hanno combinato in questo lasso di tempo i Nostri? Andy poco o niente, marca a uomo Alberto e, come ogni appassionato di ciclismo sa, aspetta la terza settimana convinto che lì si decidera il tour. Tutto vero ma non sa ancora cosa lo aspetti. Alberto invece proprio non va, cade due volte e nella seconda caduta sbatte fortemente il ginocchio, decide comunque di continuare ma resta molto indietro dalla vetta.
Dalla nona alla diciottesima tappa la maglia gialla rimane sulle spalle del francese, ma con sempre meno vantaggio e diventa chiaro alla vigilia della temutissima tappa dell’Alpe d’Huez che cambierà padrone. Il giovane Andy riesce a strapparla a Voeckler, ma si accorge di aver fatto un piccolo errore di valutazione. Ha sbagliato a considerare Alberto il nemico principale. Sì, perché in questi dieci giorni ha continuato con il suo marcamento a uomo su Alberto non accorgendosi di quanto fosse pericolosamente vicino Cadel Evans, ciclista australiano proveniente dalle mountain bike e molto più forte di lui nelle prove contro il tempo. Andy non attacca per guadagnare secondi importanti ma pensa solo a tenere lontano Alberto, errore imperdonabile.
Nella ventesima tappa un grandissimo Cadel arriva secondo a soli 7 secondi dallo specialista Tony Martin e infligge ben 2 minuti e 30 secondi ad Andy, prendendosi la maglia gialla e vincendo, a mio avviso meritatamente, il Tour de France 2011 con la solita passerella sui campi elisi il giorno dopo. Ancora una volta il Tour si è deciso nell’ultima settimana.

29 Ottobre 2015

Avrei potuto

Dopo un lungo silenzio ritornano le lettere dal presidente, la rubrica sagace e attenta che vi narra in maniera ironica ciò che succede nel mondo mentre voi siete impegnati a vivere.
Tanti sono i temi che ho pensato di affrontare in questo articolo di apertura, anche perché ne sono successe tante di cose in questi ultimi mesi.
Alla fine ho deciso un tema un po’ particolare, spero che vi piaccia.
Avrei potuto parlare del caso Volkswagen e dire: “beh che cosa vi aspettavate? Solo perché sono tedeschi non possono fregare la gente?” A raccontarla per bene la cosa, poi, va fatto notare che sono padroni, e quelli farebbero di tutto per il profitto, come direbbe il caro vecchio Lenin “ci venderanno la corda con cui li impiccheremo”.
Avrei potuto parlare dei migranti e raccontare del loro desiderio di libertà e di vivere una vita degna che ha messo in crisi il modello di accoglienza fin qui adottato dall’Europa, la ormai famigerata convenzione di Dublino. Anche qui va aggiunta una cosa: la grande risposta moltitudinaria delle persone, gente comune che ha aiutato di loro spontanea volontà i migranti, soprattutto in Germania, alla faccia di chi vede, ancora oggi, i tedeschi solo come nazisti.
Avrei potuto parlare della scarsa libertà di parola in Italia, dove uno scrittore per aver detto la propria opinione ha rischiato di andare in carcere,  e sopratutto del fatto che nessuno si sia indignato di ciò e dire: bravi giornalisti continuate a raccontare solo ciò che vuole il padrone, ma da oggi io posso dire il TAV va sabotato!
Avrei potuto parlare della lotta del popolo kurdo contro il fascismo di Daesh e della Turchia, del fatto che non solo sono gli unici a combatterlo con le armi, ma lo fanno seguendo degli ideali di libertà e uguaglianza che hanno dato vita a quel magnifico manifesto politico che è la “Carta della Rojava”.
Avrei potuto parlare di molte altre cose ancora ma faccio come molte persone oggigiorno fanno e mi accodo alla moda del parlare del proprio ombelico, infatti parlerò di me stesso. Si avete capito bene, tra tutti gli argomenti possibili e immaginabili ho scelto di parlare della mia vita.
Alla veneranda età di 36 anni ho fatto un piccolo bilancio della mia vita e dopo un lungo rimuginare mi sono detto che beh proprio male non va, ma per essere più preciso stilo un piccolissimo elenco:
Faccio un lavoro che mi piace, con ottimi colleghi/e, per cui ho studiato, con una associazione, “Ya basta! Perugia”, che ho contribuito a fondare e che in pochi anni si è affermata come realtà cittadina per l’educazione e la cooperazione dal basso.
Faccio politica nel centro sociale e dopo un anno a dir poco turbolento fra minacce di sgombero, grandi manifestazioni antirazziste e vari progetti, siamo ancora qua a lottare e a credere di poter cambiare questo posto in un mondo migliore. Anche se a volte penso che Perugia non ci meriti c’è sempre qualcosa che mi fa cambiare idea, come il fatto che dei ragazzi mai visti ci chiedono di poter suonare, questo ci fa capire quanto siamo importanti a Pg.
Faccio uno sport che è molto duro, football americano, ma dopo un anno di freddo, botte e allenamenti in 12/13 persone ora finalmente siamo un bel gruppo e possiamo pensare in grande, stiamo costruendo qualcosa che resterà nel tempo.
Perchè vi ho detto tutto questo? Non per bearmi dei risultati  e non per esaltare la mia condizione individuale, anzi il contrario. E ora una domanda che forse vi state ponendo? Come ho ottenuto tutto questo? Non vi farò pipponi o roba simile vi dirò solo poche parole: lottando, in alcuni momenti da solo e in altri insieme ad altre persone, io cerco di non dimenticarlo mai.

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