Autore: Lautoradio

28 Settembre 2016

UN PAVONE AL PAVONE

Il piccolo duca di toscana, fedele servitore dell’austerity, sceglie Perugia per avviare la campagna elettorale per il Si al referendum costituzionale.

Andrà in scena al teatro Pavone la grande farsa: il giullare della corte europea, eletto da nessuno, che con il Si al referendum decreterà la morte di ogni parvenza democratica in questo paese.

Eh si, perché dietro la retorica dello svecchiamento e alla proposte stile mondial casa, la vittoria del Si serve al Gran duca per accentrare potere nelle mani dell’esecutivo. In tal modo, lui e il suo democraticissimo partito, non avranno più ostacoli nel cancellare diritti sociali, consegnarci al baratro della precarietà e del lavoro pagato male e raramente, con vaucher un po’ per tutti, e meritocraticissime paghe a 5 euro l’ora.

Sa bene, il giullare del capitale, quanto grande sia il rischio di una sconfitta referendaria: la sua democrazia fatta di cariche della polizia a ogni contestazione pubblica, sgomberi di case e spazi sociali, devastazioni di territori, sarebbe solo un brutto sogno.

E allora cominciamo a farlo svegliare, con i nostri corpi favolosi, inconciliabili a qualsiasi fertilità neoliberista.

Ci vediamo tutte e tutti in Piazza IV Novembre alle ore 17 per gridare il nostro No alle politiche neoliberiste di questo governo. Renzi non sei il benvenuto in questa città!

Link evento:

https://www.facebook.com/events/1359831064035135/

6 Luglio 2016

CHI E’ IN DEBITO CON CHI? GIU’ LE MANI DALLA CITTA’!

La narrazione sulla crisi (o il managment della crisi) a cui media mainstream e politici ci hanno in questi anni ossessivamente abituato ci parla di borse, spread e finanza, un bell’armamentario tecnico-divulgativo, brillantemente sostenuto da economisti di parte, di volta in volta sfoderato per giustificare la “naturalità” del mercato e le “inevitabili” politiche di austerity e tagli dettate dalle ricette neoliberiste. Occorre ripartire da una semplice considerazione per districarsi da questo piano di mistificazione ideologica: quella che oggi viviamo è una nuova e spietata fase di accumulazione del capitale, in cui si ridefiniscono i rapporti di forza tra le classi sociali e in cui i ricchi aumentano esponenzialmente i loro profitti/rendite mentre aumenta la forbice della disuguaglianza e della ingiustizia sociale.

Questa è una premessa indispensabile per cogliere anche nel locale la ridefinizione degli assetti di potere ed economici. Arriviamo adesso velocemente alla nostra città. Le recenti vicende politiche hanno consegnato Perugia, già ostaggio da tempo di politiche securitarie e liberiste, ad una nuova classe politica ancora più “affamata” e bramosa di entrare nel business della gestione amministrativa della città e del suo patrimonio immobiliare. Pareggio di bilancio” e “trasparenza” sono le retoriche utilizzate per rinnovare la macchina amministrativa come modello di impresa, e per imporre una riorganizzazione disciplinare dell’intero spazio produttivo urbano.

Così la giunta Romizi, con i suoi crociati De Vincenzi e Pittola e con il supporto della liberista cinquestellata Rossetti, ha calato la scure sul tessuto associativo della città, un tessuto eterogeneo e molteplice che offre e organizza dal basso welfare, produzione culturale e cooperazione sociale. Piovono per il mondo delle associazionismo richieste di affitti e “razionalizzazioni” di canoni e contratti -vedi il caso denunciato dal Circolo Island– ma anche dichiarazioni di stati di onerosità come per il Centro Sociale Autogestito Ex Mattatoio. Su quest’ultimo infatti grava, oltre ad una ingiunzione di sgombero, un pagamento retroattivo di affitti a partire dal 2009 per un debito che si aggira intorno ai 21.000 euro. E’ davvero a dir poco paradossale che una generazione di attivisti e di precari si trovi adesso indebitata con questa amministrazione comunale per avere svolto, a titolo gratuito, una quantità di lavoro sociale e culturale, sottraendo uno spazio, quello di via della Valtiera, ottenuto dopo una occupazione, all’abbandono ed ai topi.

Conosciamo al contrario le diverse vicende che riguardano l’occupazione del Centro Sociale ex Asilo Filangieri di Napoli: l’amministrazione di De Magistris ha realizzato una delibera in cui non solo è stato riconosciuto l’uso civico dello spazio, ma esso è stato assegnato agli occupanti in quanto “comunità mutevole di lavoratori e lavoratrici dello spettacolo” che sperimentano autogestione e nuove forme di democrazia diretta.

D’altra parte l’indebitamento è al centro di un rapporto di potere in cui l’attuale capitalismo cattura il valore espresso dall’intero corpo sociale, dalla vita delle persone e dalla loro cooperazione produttiva. Questo avviene sul piano di estrazione di valore -o furto del comune– che attraversa lo spazio urbano complessivo ridefinendone confini e relazioni: e cosi il patrimonio pubblico diventa un investimento per nuove alleanze, profitti ed inclusione di manodopera gratuita o sottopagata all’interno delle varie filiere del welfare e della cultura cittadino.

Questi novelli protagonisti della scena politica (Romizi & CO) sono solo dei beceri e reazionari che accelerano e accentuano alcuni processi in corso da tempo nello scenario locale. Basti pensare alla privatizzazione dello spazio comune centro storico che ben si presta come palco ad eventi di carattere culturale, artistico e commerciale, in cui viene sfruttato un esercito di stagisti e precari perlopiù legati alla composizione giovanile ed universitaria del posto (ultimamente i giovani precari sono anche importati da fuori dalle aziende). 

Che il grande imprenditore di Eurochoccolate, Guarducci, abbia pensato arrogantemente di occupare, con un choco-bar, il patrimonio architettonico e artistico comune costituito dalle Logge di Forte Braccio la dice lunga sui progetti che i padroni hanno sulla/della città.

Non mancano, a dire il vero, forme di resistenza nei processi di sottrazione del comune cittadino: se la città del welfare è piegata da questa accelerazione di accumulazione capitalista dietro la spinta neoliberale, i piani di privatizzazione dei servizi comunali – come mense ed asili nido – hanno attivato di recente forti mobilitazioni da parte di genitori ed educatrici ed educatori. Così come la svolta palesemente razzista della giunta comunale -con le dichiarazioni dell’ assessora Cicchi contro l’accoglienza dei migranti nell’ostello di Ponte Felcino- ha trovato un colpo di arresto nella forte opposizione degli abitanti del quartiere stesso.

Questi movimenti di resistenza e soggettivazione scontano il limite ancora della scomposizione e della frammentazione soggettiva di classe limitando la forza e la potenza di una possibile trasformazione degli attuali rapporti di potere. Se la città è la nostra fabbrica sociale un obbiettivo importante resta quello di nutrire progetti di inchiesta per approfondire la nostra conoscenza sulla mappa urbana e i livelli di governance -locale, nazionale e transnazionale- che si articolano nel territorio.

Ma soprattutto è indispensabile costruire in città una grande coalizione di molteplici soggetti, di reti del mutualismo e della cooperazione, eterogenea e ricca: facciamola vivere nelle assemblee, nei momenti di discussione e di incontro nei quartieri ed in ogni luogo possibile per riprenderci la città, per ricostruirla dal basso.

Partecipiamo per questo al presidio/appello cittadino lanciato dall’associazione Circolo Island il 7 luglio dalle ore 18.00 e costruiamo insieme uno stato di agitazione permanente per la Città Ribelle di Perugia.

CENTRO SOCIALE EX MATTATOIO

3 Giugno 2016

Orizzonti di gloria (Kubrick)

Cari lettori,
dopo il vuoto della scorsa settimana, Philmosophy torna con un altro capolavoro della storia cinefila. Un film che racconta la prima guerra mondiale, che racconta gli ordini dei grandi capi e la morale dei soldati. Se La sottile linea rossa di Malick è il capolavoro del genere in ambito moderno, questa pellicola è sicuramente sua madre – o qualcosa di molto simile. Per la regia di Stanley Kubrick, un film del 1957: Orizzonti di gloria.


Prima guerra mondiale, 1916, fronte occidentale. La prospettiva di una promozione in caso di successo vince le perplessità del generale francese Mireau sull’opportunità di sferrare un attacco – richiesta dall’altro generale Broulard, suo superiore – al famigerato “formicaio”, strategica e munitissima postazione in mano ai tedeschi, posta su una collina difficilmente espugnabile. Per caricare i soldati, il generale Mireau passa personalmente in rassegna le truppe sistemate in interminabili trincee, cercando di spronarle e motivarle dopo mesi di logorante stallo: in tale occasione schiaffeggia un soldato in trance da esplosione ed impaurito. Il comando delle operazioni di attacco al “formicaio” è affidato al colonnello Dax, fermamente contrario ad un’azione che avrà un prezzo umano altissimo ed un risultato alquanto incerto, ma che si vede costretto ad obbedire. Come previsto, l’attacco è un fallimento totale. La corte marziale è convocata per direttissima.


Tecnicamente non si può nemmeno discutere di questa pellicola. “Orizzonti” (abbreviazione del titolo) è sicuramente un capolavoro di Kubrick, forse il suo primo. Tratta un argomento difficile quanto è difficile tecnicamente girare un film di guerra. La carrellata iniziale in piano sequenza che penetra la trincea e crea una descrizione dettagliata dell’animo dei soldati lì accampati da mesi ha un valore immenso ed inestimabile. Tutte le inquadrature sono studiatissime, ponderate e di impatto importante.

Le tematiche sono, oltre alla regia mozzafiato, il perno assoluto della pellicola. “Orizzonti di gloria” è un film che racconta uno spezzone di guerra, che mette in mostra uomini che odiano la guerra costretti a fare la guerra, soldati che per salvarsi la vita disattendono un ordine superiore e vengono puniti. Permette allo spettatore di capire quanta differenza ci sia fra lo stato maggiore e il soldato trincerato, fra chi deve uccidere per ordine e chi quell’ordine lo elargisce da dietro una scrivania. Mette in risalto, quindi, l’insensatezza dell’atto bellico in quanto tale. Esalta il temperamento e la psicologia dell’uomo che, anche a conoscenza della verità, disattende sempre l’amor del prossimo per l’amor del proprio e si ripara sotto vane scuse e situazioni, perché ben conscio del suo errore morale, ma altrettanto ben conscio della sua promozione sociale.

Inoltre “Orizzonti” doveva avere un finale addolcito e non duro e punitivo come quello che Kubrick aveva in mente. La produzione aveva spinto per avere un finale “buono” e lo aveva ottenuto, finché direttamente Kirk Douglas (che interpreta il colonnello Dax) non si impose e non spronò Kubrick a lasciare il suo finale facendogli così ottenere, appunto, il final cut che tutti conosciamo.

È quindi un film dalle tematiche caldissime e sensibilissime, soprattutto nell’anno d’uscita, il 1957.
Per gli amanti del genere che non vogliono una pallottola al secondo, esplosioni come se piovessero e trame di puro istinto, è una pellicola da recuperare e da vedere assolutamente.

Orizzonti di gloria è un capolavoro kubrickiano, forse il suo primo, da avere sullo scaffale e ben saldo nella memoria dell’uomo.

20 Maggio 2016

2001: Odissea nello spazio (Kubrick)

Cari lettori,
se con l’ultimo appuntamento di Philmosophy abbiamo discusso del capolavoro di Tarantino, in questo andremo a parlare di uno dei capolavori storici del cinema. Forse l’unico film a precederne il libro, un’avventura ai confini della conoscenza e della coscienza umana: un film che fissa l’obiettivo di ogni nuovo giovane regista e che è incastonato nella memoria storica dell’uomo. Per la regia di Stanley Kubrick, un film del 1968: 2001: Odissea nello spazio.


La trama di 2001 (abbrevierò così il titolo) è più fittissima, tanto da non permettermi di specificarla come al solito prendendo spunto dai bei sunti di wikipedia o di altri siti cinefili, pertanto andrò ad illustrarvi, di mio pugno, in modo succinto e rapido, lo svolgersi del film.

La pellicola è provvista di quattro grandi capitoli (cosa che si ricollega, guarda caso, allo stile tarantiniano nel girare i propri film) che, in un susseguirsi assai logico e, diremmo quasi sillogistico, costruiscono l’architrave del racconto di Kubrick e Clarke. Andiamo a vederli, brevemente:

– L’Alba dell’Uomo
: in questo capito Kubrick e Clarke ci raccontano la nascita dell’uomo, secondo 2001. Siamo nell’Africa di quattro milioni di anni fa: un gruppo di ominidi, guidati da un capo, sopravvive a fatica in un ambiente arido e ostile. Un giorno, davanti alla loro grotta appare misteriosamente un grande monolito nero; gli ominidi, venendovi a contatto, imparano inspiegabilmente a usare gli strumenti per cacciare gli animali e ad estendere il proprio territorio aggredendo i nemici.

– TMA 1: nel secondo capitolo, Kubrick e Clarke, ci raccontano la riscoperta del grande monolito nero avvenuta nel 1999 che, misteriosamente, rimase inerte sulla Luna per quasi tre milioni di anni.

– Missione Giove: se nei primi due capitoli la pellicola acquista sapore e gusto, in questo terzo acquisisce sostanza e forma. Kubrick e Clarke ci raccontano gli avvenimenti durante una missione gioviana: nel 2001, un gruppo di cinque astronauti, di cui tre in stato di ibernazione, è in viaggio a bordo dell’astronave “Discovery One”, diretta verso Giove e governata da un supercomputer chiamato HAL 9000, dotato di una sofisticata intelligenza artificiale che lo rende valido interlocutore degli esseri umani a bordo (le macchine della serie HAL sono note per non aver mai commesso errori di nessun tipo).

– Giove e Oltre l’Infinito: nel quarto capitolo la pellicola diviene completa, perfetta ed avveniristica. Bowman arriva in orbita intorno al pianeta gigante avvistando un nuovo, gigantesco monolito nero. Prova allora ad uscire ed avvicinarsi con una capsula: una panoramica del sistema gioviano con i satelliti allineati e il monolito pare inghiottire l’esploratore. Una scia luminosa multicolore cancella lo spazio conosciuto. Bowman e la capsula sono accelerati a velocità sconosciute. Scorci di stelle, nebulose, sette ottaedri e panorami di terre sconosciute si alternano fino al materializzarsi della capsula di Bowman in una stanza chiusa, arredata in stile Impero.


Inutile dire che questo film va guardato ed analizzato secondo la propria visione delle cose. È complesso dare un giudizio oggettivo, salvo per il lato tecnico, sullo sviluppo di questa pellicola. 2001 è l’introspezione di Kubrick e Clarke rispetto all’essere umano e forse non solo. 2001 è il manifesto filosofico dell’escatologia, è la bandiera che alta sventola la nostra non-conoscenza dello scibile. Noi, inteso come razza umana e, forse meglio, come ragione umana, conosciamo una piccolissima parte del conoscibile all’uomo in quanto ente dell’esserci heideggeriano. Noi siamo stati gettati in questo luogo ed in questo spazio, costretti a viverci e a sfruttarlo secondo le nostre più svariate volontà, fra cui quella di potenza che, probabilmente, le racchiude tutte in un abbraccio mortale. E siccome siamo stati gettati diveniamo esseri che sono-qui: esser-ci. E grazie a ciò subito ci proponiamo come centro dialettico e logico del mondo, della nostra proiezione del mondo, e poi del cosmo (dell’ordine secondo uomo dell’universo).

Kubrick e Clarke altro non fanno che prendere queste basi per costruirvi sopra la loro superstizione basandosi anche su teorie e pensieri di filosofi a loro passati. 2001 è intriso di filosofia: dall’escatologia alla volontà di potenza, dal velo di Maya al concetto di intelligenza artificiale, dal esser-ci all’oltreuomo.

Non credo abbia molto senso, anche se il fine di queste pagine è di unire il cinema alla filosofia, che io mi metta a spiegare questi concetti che, fra l’altro, sono abbastanza complessi da trattare senza uno scambio vivace di idee ed impressioni, ma possiamo andare oltre. Lasciando comunque la bellezza della scoperta del film, possiamo analizzare due o tre passi che mi hanno impressionato a livello intellettuale e di pensiero filosofico:

– È lucidamente impressionante come Kubrick e Clarke abbiano volutamente esplicitato, nel primo capitolo, l’evoluzione umana. Se di primo acchito potremmo dire che nulla si discosta dall’evoluzionismo darwiniano (che poi è da riscoprire, attenzione, nelle stesse pagine e parole di Darwin), perché si vede chiaramente l’evoluzione dalla clava all’intelligenza creativa, all’astronave; di seconda battuta potremmo invece affermare senza tema di smentita che, i due, volessero invece focalizzare l’attenzione sul ruolo del monolito e sulla metafora dello stesso. Lucidamente mettono a confronto l’ominide con l’austera tecnologia e freddezza del monolito alieno che, d’un tratto, eleva la tecnologia ominide – la clava – in tecnologia umana – l’astronave. Non è da lasciar passare in secondo piano, ovviamente, il rimando alle teorie degli antichi astronauti che avrebbero dato vari colpi di acceleratore all’evoluzione umana, cosa che può trovare spiegazione anche in alcuni buchi oscuri che la stessa scienza evoluzionista riconosce come falle del sistema: vari mostri genetici, vari cambiamenti genetici, l’anello mancante, mancanza di competitori naturali, mancanza di habitat naturali per l’uomo, continua e costretta manipolazione della natura per sopravvivere, eccetera.

– Il calore e l’atmosfera assolutamente terrestri, con violenza e paura annesse, del primo capitolo vengono scaraventate ed inghiottite dall’assoluto sbigottimento per il ritrovamento del monolito, milioni di anni dopo, nel 1999, sulla Luna. Ancora più stupore scende in scena quando, colpito dall’alba lunare, questo emette un fortissimo segnale radio che ci sbalza nel 2001 a bordo della Discovery One. Qui il sapore delle prime scene viene completamente sovvertito e si annusa e si respira un’aria fredda, austera ed assolutamente tecnologizzata. Meraviglioso è come Kubrick abbia reso il calcolatore HAL 9000 talmente umano da renderlo volutamente freddo, triste, arrabbiato, cinico e straordinariamente calcolatore. Con solo una luce ad accendersi e spegnersi, Kubrick riesce ad umanizzare un computer rendendolo talmente empatico da risultare ancora più cattivo e spietato, senza dar conto del perché.

– L’ultimo piano della pellicola è la parte più filosofica e più scientificamente spinta della stessa. Bowman, il prediletto, raggiunge un piano talmente elevato della conoscenza della coscienza umana che acquisisce la capacità della quarta dimensione, potendo così guardare se stesso dal di fuori, da un corpo più giovane (una sua emanazione mentale?) di quello che è guardato. Ed in questa contemplazione dell’essere umano avviene il passo decisivo dell’evoluzione umana: l’oltreuomo. L’uomo diviene quel che deve divenire, attraverso lo “Star-child“, in una sorta di visione nietzschiana che non va ad amalgamarsi con l’etica, la morale e la volontà di potenza, ma solo ci permette di guardare e di capire, forse, che quel “bambino delle stelle” sarà l’archetipo della nuova umanità: sarà l’uomo che deve divenire, l’uomo che va oltre la propria conoscenza della non-conoscenza e si dirige verso un piano superiore dell’essere, cosciente e conoscente di essere divenuto l’uomo che deve divenire: l’Oltreuomo.


Tecnicamente il film è perfetto. La regia di Kubrick è impressionante, la sceneggiatura curata da lui e da Clarke è perfetta, le musiche sono azzeccatissime, la fotografia quasi non la si nota tanto è reale. Insomma, dal lato puramente tecnico è un capolavoro che rasenta la perfezione in ogni suo ambito. Dal lato contenutistico è un film enorme, pregno fino al midollo di messaggi su messaggi mai banali; è un film da sviscerare con calma e con la dovuta attenzione, magari andando anche a leggere qualche nozione di escatologia, psicologia e filosofia nietzschiana. Ma, è giusto ricordarlo, è godibile anche in assoluta verginità rispetto a quelle tematiche, sicuramente però, conoscendo la “grammatica” del film, lo stesso risulterebbe molto più avvincente e scorrevole.

Devo aggiungere altro? Capolavoro.
Guardatevelo!


PS: interessante, per gli amanti della grammatica cinefila, leggere come il genio di Kubrick sia così evidente in questo film grazie a queste brevi spiegazioni della tecnica registica utilizzata, degli effetti speciali, della produzione e della sceneggiatura a quattro mani con Clarke: link.

17 Maggio 2016

Perugia verso il #21M. DESIDERARE L’IM/POSSIBILE.

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Verso il 21 maggio : desiderare l’ im/possibile. Corpi che contano oltre i confini.

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