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13 Aprile 2016

REFUGEES WELCOME – Resist against Europe with borders

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Racconti di lotta per la libertà di movimento alle frontiere d’Europa: Ventimiglia, Idomeni, Brennero.

8 Aprile 2016

Crimson Peak (Del Toro)

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Cari lettori,
in questo appuntamento parleremo di un regista che adoro; di un film che, per me, ha segnato la sua consacrazione nell’abilità di gestire la macchina da presa, la scenografia e la sceneggiatura; un film che lo eleva ed eleva tutta la sua opera. Una pellicola ricchissima di dettagli, anche finissimi, che rimbalzano negli occhi creando stupore e meraviglia. Per la regia di Guillermo Del Toro, un film del 2015: Crimson Peak.


1887. Edith Cushing, la giovane figlia di Carter Cushing, un ricco uomo d’affari, viene sorpresa durante una notte dal fantasma sfigurato di sua madre morta di colera. Lo spirito avverte la propria figlia: “Attenta a Crimson Peak“.

Quattordici anni dopo, Edith è ormai un’autrice che preferisce scrivere storie di fantasmi piuttosto che romanzi rosa, come vorrebbe il suo editore. Incontra ben presto Sir Thomas Sharpe, un giovane baronetto inglese in cerca di investitori, tra cui il padre di Edith, per finanziare una sua invenzione per estrarre l’argilla rossa dai giacimenti minerari. Non confidando nell’aristocrazia privilegiata e convinto che il prototipo di Sharpe non sia sufficientemente adeguato per essere finanziato, il Sig. Cushing respinge la proposta di Sir Thomas. Edith nota che Sir Thomas e sua sorella, Lady Lucille, portano abiti costosi ma fuori moda. Poco dopo, Edith ancora una volta è visitata dallo spirito di sua madre che le ripete lo stesso avvertimento di quattordici anni prima: “Attenta a Crimson Peak“.


Mi fermerei qui con la trama, perché questo film va vissuto ed assaporato, boccone per boccone, completamente ignari del suo essere. Quando andai al cinema a guardarlo, ci andai completamente vergine di ogni sua parte: non vidi trailer, non lessi sinossi, non mi interessai nemmeno del cast: completamente puro. E quel che mi attraversò non fu solo la bellezza visiva della pellicola, ma la filosofia di Del Toro, la complessità del suo pensiero che, se letto su di un saggio può risultare astruso, ma vissuto attraverso un film risulta essere leggero, fruibile e saporito. Mi piace definire Del Toro un regista filosofo e fra poco vedremo il perché.

A differenza delle altre volte, proseguendo potreste incappare in alcuni spoiler velati e non distruttivi, ma per parlare con senno di questa pellicola e del suo regista bisogna, quantomeno, avere una visione generale della cosa e noi andremo a fare proprio questo.

La recensione potrebbe finire con una sola parola: magniloquente.
Crimson Peak non è altro, a mio avviso, che forse il miglior film del regista che ha permesso allo stesso di danzare sulla sua dicotomia preferita: umano, bontà. L’uomo per Del Toro non è mai buono, mai, solo i bambini hanno una inconsapevolezza che li rende affascinati e quindi affascinanti da e per il mondo; Del Toro accosta sempre il male all’uomo, come se l’uno fosse la persona e l’altro il proprio bastone, ed in questo film tocca l’apice di questa trama. Del Toro, e qui mi spingo, pare avere una visione abbastanza nietzschiana dell’uomo, forse più cadente verso l’ala schopenahueriana: mette sempre in risalto quella volontà di potenza, quella volontà di vita dell’uomo, che lo porta sempre a compiere il male, rendendolo atroce e putrido, marcio per questa volontà, ma rendendolo al tempo stesso affascinante proprio per lo stesso motivo.

Due parole sulla casa: quella casa è il simbolo del pensiero di Del Toro. Bellissima, ma decadente; affascinante, ma intimidatoria; alla mente calda e accogliente, ma alla vista fredda e dura (forse il contrario, o forse è ambivalente). Insomma, la casa è il capolavoro del film, lo stesso Del Toro lo dice e ne è fiero; piena di dettagli anche sottili, piena di rimandi fiabeschi e citazioni: bellissima. La sua imponenza che sprofonda nell’argilla non è altro che un aiuto allo spettatore per il proseguo del film: questa poderosa e immensa bellezza che, oramai decadente, crolla sotto ciò che permette all’uomo di vivere; una volta visto il film troverete facilmente il filo rosso che collega la storia dei protagonisti con la storia della casa, non tanto in quanto casa, ma quanto rimando metaforico, quasi allegorico, della vita umana e dell’uomo “deltoriano”.

L’operazione cast è azzeccatissima: se Mia Wasikowska è la parte dolce, materna e fiabesca del film (almeno nella prima parte), Jessica Chastain è sicuramente la parte femminea, calcolatrice, fredda ed assolutamente affascinante della pellicola, allora il buon Tom Hiddleston non è altro che il cardine su cui si basa la narrativa. Assolutamente corretta, a mio avviso, la sua bassa iperbole nella recitazione, non tanto in termini relativi, bensì in termini assoluti, perché su di lui verte l’intera bilancia della pellicola e, sempre sulle sue spalle, verte la filosofia di Del Toro: l’uomo malvagio può tentare la redenzione, può cercare di combattere il proprio animo sporco e marcio, anche con gesti poderosi e di buona volontà, ma rimane aggrappato, appunto, alla propria volontà di vivere e di esistere, rimane appeso alla voglia d’essere in essere e non semplicemente d’essere e basta; da qui la discesa affannosa e la tentata ascesa di Tom nel finale che, però, non potrà mai essere completa – in quanto l’animo umano è sempre e comunque oscuro e marcio – e la detta ascesa, nietzschiana, è propriamente un male che solo gli uomini talmente malvagi da percorrerla potranno realizzarla, e Tom è a mezza via: troppo umano per poter vivere, troppo sensibile all’amore per potersi ascetizzare. Tutto ciò è sempre ricoperto da un velo, l’apparire del film (nello specifico potremmo parlare di Buffalo), che ricorda molto il pensiero schopenahueriano, il velo di Maya ed il pessimismo, che cinge ed ingloba in sé quella punta elevata di nietzschismo crudo e violento di cui sopra.

Quindi Del Toro ha confezionato un gioiello, sì con alcune pecche, ma con nessun grande difetto, che ne incorona la sua filosofia ed idea del mondo e la rende fruibile grazie ad un bellissimo horror gotico spennellato, qua e là, da del buon proto-fantasy.


Finisco qua la scrittura, perché altrimenti potrei scrivere per ore ed ore e scendere nei dettagli del film, tra fantasmi e personaggi secondari – che secondari proprio non sono -, ma cadremmo nello spoiler e questa è una cosa che voglio fermamente evitare. Piuttosto, se volete creare una discussione anche su alcuni punti volutamente non trattati in queste righe, scrivete la vostra idea qui sotto nei commenti, o sui social de Lautoradio o miei, che trovate qua attorno.

PS: ah, è disponibile il blueray: compratelo e stati attenti a Crimson Peak.

26 Marzo 2016

Sunshine (Danny Boyle)

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Carissimi lettori,
torniamo su queste pagine con una nuova recensione, con una discussione su un film che, personalmente, mi è piaciuto moltissimo e che solca le acque psico-filosofiche all’interno del cinema di fantascienza con notevole maestria. Per la regia di Danny Boyle, con la sceneggiatura di Alex Garland, un film del 2007: Sunshine.

Nell’anno 2057 il Sole si sta spegnendo e la Terra, e con essa il genere umano, rischia l’estinzione a causa di una conseguente glaciazione globale. Per tentare di salvarla è stato mandato in missione un esperto equipaggio composto da due astronauti e da un gruppo di scienziati a bordo dell’enorme astronave Icarus II, con l’incarico di gettare e detonare nella stella una gigantesca bomba atomica stellare (con massa pari a quella dell’isola di Manhattan) al fine di riattivare le reazioni nucleari all’interno del Sole ed evitarne così lo spegnimento – come se si creasse una stella dentro la stella. A compiere la stessa missione, sette anni prima, nell’ambito dello stesso progetto, era stata mandata l’astronave Icarus I, di cui però si erano perse le tracce prima che raggiungesse il Sole. Quella dell’Icarus II è l’ultima possibilità, perché per fabbricare questa seconda bomba è stato utilizzato tutto il materiale fissile rimanente trovato sulla Terra.

Data questa sinossi, Sunshine metterà in scena molteplici atti teatrali al cui interno si svolgeranno diverse trame intrinsecamente legate fra loro, ma estrinsecamente differenti. Vantando una sceneggiatura saporita e vivida, Boyle riesce a governare la pellicola in modo sontuoso, danzando fra piano sequenza e primo piano, saltellando da un ritmo docile ed abbracciante ad un ritmo, invece, più incalzante e tamburellante. La pellicola, quindi, è gestita in modo efficiente sul piano del ritmo e del montaggio che la rendono, poi, a scatola chiusa, un prodotto né lento né veloce, né noioso né tracotante. E se sul piano puramente scientifico ci sono degli errori anche grossolani, accompagnati da licenze poetiche che tentano, in qualche modo, di fondersi con l’errore e renderlo una sorta di avanguardia futurista – se non scientifica, quantomeno poetica -, sul piano psicologico e filosofico le cose cambiano: abbiamo una pellicola che basa quasi la totalità della sua bellezza, sì sul rendimento grafico del sistema solare e della stessa stella, sì sulla bellezza un po’ cupa dell’astronave e del significato stesso dell’azione salvifica che governa la trama principale, ma colonna portante della stessa sono i rapporti umani fra gli astronauti. Le loro decisioni, indecisioni, sofferenze e sentimenti governano tutta la pellicola guidandola sempre con l’acceleratore pigiato sul lato umano ed umanistico della vicenda. Se dapprima abbiamo una costruzione dei personaggi che già risultano essere complessi e notevolmente ben scritti, man mano che si avanza con il minutaggio – e quindi con la trama stessa – i caratteri si infittiscono, si intrecciano, si scoprono zone d’ombra e fino alla fine del film queste micro-fusioni fra i caratteri dei personaggi continuano con un ritmo sempre più incalzante, rendendo quasi da “suono di sottofondo” alla macro-esplosione che è il fine della missione stessa.

In Sunshine accarezziamo la bontà d’animo, la crudezza della scelta, la voracità dell’abbandono, la delusione, l’amore per la famiglia, l’affetto per l’obiettivo della missione, il coraggio messo in campo non per salvare se stessi, ma per soccorrere il prossimo – anche in veste di umanità tutta. Ed è qui che si unisce al livello psicologico – che, diciamolo, poco mi compete e che spero di aver trattato con sufficiente garbo e padronanza -, il livello filosofico. Sì, perché se di primo acchito potremmo pensare che questa pellicola abbia solamente molto da dire in ambiti puramente cinematografici (regia, sceneggiatura, montaggio, musiche: divine!), in ambito scientifico, in ambito psicologico ed umanitario, dopo una attenta visione possiamo invece notare, e quindi aggiungere, il livello forse più importante su cui si basa l’intera sceneggiatura: l’escatologia.

Potremmo parlarne e scriverne per ore, ma cercando di riassumere possiamo dire, senza tema d’essere smentiti, che Sunshine ha un grande messaggio in sottofondo sul quale, poi, si costruisce una trama finalizzata alla sopravvivenza della razza umana, una trama finalizzata all’intreccio delle psicologie umane dei personaggi che lo governano, ed un messaggio finale di monito riguardo tutte le sotto-trame sopra citate. Il grande messaggio, invece, che rimane a sfondo di tutto il film, è la filosofia della “missione umana”. Anche se l’escatologia non tratta principalmente di questo fine umano, o meglio non è il suo ambito preferito nel quale srotolare tutte le sue conoscenze che fino ad oggi si sono storicizzate, possiamo dire che comunque è terreno escatologico: il Sole si sta spegnendo, la Terra rischia il congelamento e con esso la fine dell’uomo. Qual è, quindi, il fine dell’uomo? Sunshine lo racconta, anche se sempre sotto un velo – di Maya? – che ne permette la fruizione solo ad un’attenta visione non interrompendo, invece, lo scorrere del film.

Dobbiamo sapere che ci sono diverse risposte all’escatologia. D’altronde l’uomo si pone la medesima domanda da parecchi secoli (comunemente da Talete in poi, quindi dal VII secolo a.c. ai nostri giorni) e, naturalmente, è arrivato a rispondersi, tramite uomini diversi in secoli diversi, in modalità diverse. Nel film non viene presa una posizione in tal senso, e quindi non viene rappresentata una via di salvezza se non nel finale che, ovviamente, non vi svelo. Rimane il fatto che Boyle e Garland lasciano una via di fuga, propria dello spettatore, che porta comunquemente alla fine escatologica dell’uomo, quindi – potremmo dire – alla salvezza del suo essere in quanto essere: che porta alla compiutezza intrinseca dell’essere in quanto essere, appunto – onticamente ed ontologicamente.

Non v’è bisogno alcuno di dilungarsi in prolisse e logorroiche speculazioni. Sunshine va guardato, merita la visione e merita, sopratutto, il tempo della nostra riflessione sulle domande che nasceranno in noi alla fine dei titoli di coda. Badate bene, non tanto alle domande volutamente inserite nel contesto tramesco del film, ma quanto alle domande che scaturiranno dal sottotesto volutamente nascosto – Maya? – che dal suo essere solamente intellegibile governa il subconscio rilasciando, a tempo debito, le domande che muovono l’uomo da quando iniziò a camminare sulla Terra: chi siamo? da dove veniamo? e perché siamo qui?


PS: sopra ho parlato di errori scientifici evidenti. Bene, vi lascio il link ad una recensione scientifica di Sunshine fatta da un ragazzo tanto amabile quanto in gamba: recensione scientifica.

17 Marzo 2016

POSTumi | PERUJAH DUB MOVEMENT PRESENTS LION’S WAY SOUN SYSTEM

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Il settimo step è arrivato. Questa è la volta di uno dei Sound System attualmente più attivi sulla scena romana, un gruppo di ragazzi che, oltre ad aver suonato a fianco di importanti artisti del panorama dub nazionale e internazionale sono anche i fondatori del collettivo MILITANT DUB AREA e conduttori dell’omonima trasmissione su Radiosonar.net . Si, stiamo parlando proprio di loro, i Lion’s Way, un Sound ben dotato di esperienza, energia, grinta e coinvolgimento e degno di nota anche per utilizzare la musica come mezzo di diffusione di un “progetto solidale alle lotte sociali, Antifascista, sensibile ad ogni forma d’ingiustizia, che si impegna da sempre a dare voce alle minoranze e a sostenere le pratiche di resistenza antagonista”.

Ad aprire le danze sono i nostri Bartek e Jules Lion, i resident delle serate dub a Perugia, che iniziano a scaldare la pista sulle note di Red Eyes di Vivian Jones, per i pochi che non hanno già visto l’ora di arrivare.

La sala è da subito colma di entusiasmo ed energia, si percepisce dai volti e dai movimenti, si respira nell’aria, si tocca quasi con mano, c’è la curiosità di vedere se anche questo 7# step andrà perfettamente, come gli altri.

E’ il momento dei veri protagonisti che fin dalla prima tune riescono a trasmettere tutta quell’allegria e simpatia che già si percepiva dal primo istante in cui hanno messo piede all’ Ex Mattatoio; briosi e generosi, con le loro straordinarie performance canore riescono a coinvolgere proprio tutt*, le good vibrations trasudano attraverso le pareti del C.S.O.A.

A colorare la loro performance c’è anche Pablo Raster, assiduo delle serate dub perugine e collaboratore dei Lion’s, che armonizza il tutto con la sua voce, l’impianto è ormai caldo, le gente pure, il suono è potente e deciso, circonda e coinvolge, si balla, si sorride, ci si dimentica quasi di tutto e come richiamati da un’energia mistica, ci si dirige verso il Sound (questa volta della portata di 10 kw), come a venerare le note che sprizzano da questo imponente muro di casse.

Il Centro Sociale è pieno ma la gente continua comunque ad arrivare, disposta ad entrare “a qualsiasi costo” e chi entrasse per la prima volta capirebbe subito il mood di questa serata, coerente con il messaggio della cultura roots dub: il perfetto connubio tra passione per le basse frequenze e spirito di pace, condivisione, fratellanza e unione.

La serata va avanti ad oltranza, come sempre, le casse “pompano” fino le 6:00 di mattina e, per i “pochi” rimasti resta difficile abbandonare la sala anche a quell’ora.

Insomma, come ha detto qualcuno, le serate dub sono solo di “presa a bene”!

Sorprese e lavori in corso per l’ 8# step…are you ready?

Per POSTumi – Jimba

 

 

12 Marzo 2016

The Hateful Eight (Tarantino)

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Philmosophy #1

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