POLITICA e SOCIALE

17 Ottobre 2014

RECENSIONI | Ladri di Sport. Dalla competizione alla resistenza.

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Leggere Ladri di Sport, di I. “Grozny” e M. Valeri è come fare un viaggio nel Brasile alla vigilia degli ultimi Mondiali, che mostra lo sfruttamento di un fenomeno sportivo attraverso la sua trasformazione in evento la cui preparazione, nelle mani di un’unica multinazionale, non nasconde il suo essere un pretesto per una serie di grandi speculazioni. Quando viene messa in moto la macchina dei grandi eventi, le contraddizioni che ne scaturiscono appaiono certo più evidenti quanto più sono evidenti i bisogni reali della collettività. Se poi l’evento in questione è un evento sportivo, c’è da chiedersi se lo sport ha ancora vive in esso quei valori di aggregazione e socialità. Oppure come possano essere state così facilmente ignorate dai dirigenti delle organizzazioni calcistiche, complici delle dinamiche aziendarie presenti nella storia che vediamo in Ladri di Sport.

Il libro ci racconta in maniera chiara e diretta le particolari motivazioni che nel loro insieme hanno provocato i malumori visti in tutto il Brasile nell’arco dell’anno e mezzo precedente i Mondiali ’14. L’obiettivo di fondo delle proteste può essere sintetizzato dall’intenzione di richiamare l’attenzione del governo brasiliano verso la necessità di un miglioramento della vita per la comunità, che a seconda della regione in questione del Paese lamenta differenti problematicità. Questi problemi erano ovviamente già da tempo presenti nel Paese, ma si è giustamente voluto cogliere il momento in cui il governo si è dimostrato in maniera più evidente disinteressato alle varie comunità, per assecondare le manovre preparatorie ai Mondiali.

E’ in questo contesto che si muove da un’esperienza all’altra il libro Ladri di Sport, dimostrandoci poi la presenza di varie esperienze in cui l’azione dal basso da ancora valore al giusto spirito dello sport, con polisportive attive contro il razzismo, il sessismo o l’esclusione sociale di ogni sorta.

28 Giugno 2014

Perugia 28-06-2014 – Presidio #AbbiamogiàPagato

28gQuesta mattina si è tenuto il presidio della campagna “Abbiamo Già Pagato” davanti alla sede centrale di Umbria Mobilità, azienda non più in mano ai soci pubblici della Regione ma ormai proprietà di Busitalia (Trenitalia).

In molti e in molte, davanti ai cancelli, abbiamo cercato di ottenere un confronto diretto con i responsabili dell’azienda ricevendo però solo ripetuti rifiuti e risposte vaghe. Dopo numerosi tentativi, siamo riusciti finalmente ad entrare in delegazione e a presentare le nostre proposte, frutto degli incontri e delle precedenti iniziative, ottenendo così l’impegno da parte della dirigenza di prenderle in esame lunedì mattina.

Ovviamente saremo presenti e costanti nell’accertarci che le nostre soluzioni vengano applicate nel più breve tempo possibile, continuando in ogni caso a monitorare quelle che sono le reali esigenze delle persone che ogni giorno attraversano e vivono la città.

Questo ovviamente non è stato l’atto conclusivo della campagna cittadina ma continueremo a rivendicare una mobilità come diritto fondamentale accessibile a tutte e tutti e non più fonte di guadagno e speculazione per pochi privati.

26 Giugno 2014

#RIBALTIAMOLAPRECARIETA’ – Per un semestre europeo di lotte

Questa mattina ci siamo presentati in maniera collettiva e determinata all’Agenzia del Lavoro di Perugia irrompendo negli uffici e occupandoli simbolicamente.

L’Ufficio era gremito e la risposta dei/delle presenti al nostro arrivo è stata davvero positiva, proprio rispetto alle questioni e criticità da noi sollevate.

Significativa è stata anche l’azione provocatoria di consegnare curricula “non convenzionali”, nei quali sono state riportate tutte quelle capacità e competenze che normalmente non vengono messe a valore, nè tantomeno retribuite, dal mercato del lavoro.

L’azione si inserisce all’interno della settimana di mobilitazione nei territori per realizzare un semestre europeo di lotte che affermi che le nostre vite non sono in (s)vendita e che rifiutiamo con tutta la nostra intelligenza e forza il Jobs Act, legge in materia di lavoro del governo Renzi.

Tale legge prevede, solo per citarne alcune:

  • la possibilità di assumere per otto volte nell’arco di tre anni un/una lavoratore/trice con un contratto a tempo determinato, così che non arriverà mai alla “sicurezza” di uno a tempo indeterminato;
  • l’introduzione di un periodo di prova di tre anni, durante il quale un datore potrà licenziare senza preavviso, senza motivazione e senza pagare la giusta indennità;
  • un Piano Garanzia Giovani, attivato in Umbria proprio oggi, che prospetta di combattere la disoccupazione giovanile attraverso il ricorso a tirocini ,stage, apprendistati, lavoro volontario in attesa di un improbabile lavoro futuro.

È ormai da anni che sulla nostra pelle avvengono tagli, riduzione dei servizi, un vero e proprio smantellamento del sistema di welfare che ci vede tutti e tutte coinvolti.

L’undici Luglio ci sarebbe dovuto essere a Torino un vertice europeo sulla disoccupazione giovanile, vertice annullato a poco meno da un mese della data in questione. Questo è un ulteriore esempio di come i governi nazionali ed europei non riescano a dare delle risposte che non vadano nel segno dell’austerity.

Per questo noi ci prepariamo ad un semestre europeo di lotte per reclamare reddito, casa, diritti per tutte e tutti.


#renzistaisereno

#civediamoinautunno

#civediamodappertutto

20 Giugno 2014

PERUGIA 20-06-2014. #ABBIAMO GIÀ PAGATO! VERSO IL PRESIDIO DEL 28 GIUGNO!

Continua la campagna #AbbiamoGiàPagato che viene portata avanti dalle/gli attiviste/i ormai da tre mesi, nel corso dei quali, alle azioni, alle inchieste e ai volantinaggi, si sono aggiunte diverse assemblee, momenti di confronto e raccolta dati molto partecipate.

Una delle azioni portate avanti ha riguardato la critica della convenzione stipulata tra l’Università di Perugia, Umbria Mobilità e il Circolo Universitario San Martino, che prevede una riduzione del costo del biglietto per gli studenti e le studentesse dell’Ateneo perugino. Tale convenzione fa acqua da tutte le parti; oltre ad essere fortemente discriminatoria, infatti, sono esclusi/e dall’agevolazione tutti/e gli studenti e le studentesse che non sono iscritti/e all’UniPG, come per esempio quelli/e dell’Università per Stranieri, nonché lavoratori e lavoratrici, migranti, famiglie.

Riteniamo che i diritti non possano essere diversamente ripartiti, creando delle divisioni tra soggetti che ugualmente vivono la precarietà e che ugualmente necessitano di servizi che rendano più vivibile la città. L’obiettivo della nostra campagna è quello di rivendicare una mobilità come diritto, che non sia più fonte di guadagno per pochi, privati, ma che corrisponda alle reali esigenze di tutti e tutte.

Nei mesi precedenti siamo scesi in strada più volte con presidi, volantinaggi sugli autobus, facendo inchieste, raccogliendo impressioni e proposte per un nuovo modello di mobilità.

Oggi, in maniera provocatoria, abbiamo distribuito multe finte a chi era munito di biglietto o di abbonamento proprio per ribadire in maniera forte che noi Abbiamo Già Pagato e che i disservizi di Umbria Mobilità non dipendono da chi non paga il biglietto.

Sono state diverse le risposte alla nostra provocazione, ma nella quasi totalità delle persone intercettate abbiamo riscontrato un comune malcontento e la necessità di attivare un cambiamento.

Insieme alle multe abbiamo presentato una serie di proposte, frutto di assemblee e incontri. Tra queste le più significative sono:

  • riduzione del costo del biglietto e degli abbonamenti,
  • introduzione della tariffa variabile a tratta,
  • trasferibilità del biglietto,
  • eliminazione del blocco del biglietto all’uscita del minimetrò,
  • aumento e miglioramento delle tratte urbane e extraurbane,
  • abolizione dei tornelli sugli autobus.

Con queste proposte lanciamo un presidio davanti ai cancelli di Umbria Mobilità, sabato 28 Giugno 2014, dalle ore 10:00.

#AbbiamoGiàPagato

 

19 Giugno 2014

TRAFFICO, TRATTA E PROSTITUZIONE: ESSERI UMANI INVISIBILI

tratta

Il mondo della prostituzione con il quale la nostra Unità di strada entra in contatto è solo una parte dell’ampio e variegato ventaglio di prodotti, servizi e possibilità che potrebbero rientrare nell’ambito di questa definizione, rappresentazione e pratica. La prostituzione che osserviamo con il nostro lavoro è la cosiddetta prostituzione out-door, ovvero in strada. È in questo contesto, seppur complesso e impossibile da decifrare in maniera univoca, stabilendone i confini, che tuttavia si manifesta con un’alta percentuale il fenomeno della tratta e/o del traffico di esseri umani, strettamente e indissolubilmente legato al tema del nostro l’articolo: l’invisibilità.

 

Occorre dire che possono esistere molteplici forme di prostituzione, che il limite tra autonomia e dipendenza, tra libertà e schiavitù, tra scelta compiuta o subìta è difficile da tracciare, e che sex workers e vittime di tratta/traffico non sono la stessa cosa.

 

La gran parte delle persone che incontriamo in strada sono persone prostitute migranti, provenienti principalmente da Romania, Nigeria, Sud-America, Albania, ex Jugoslavia, Bulgaria, Russia e recentemente Cina.

 

La presenza in strada di persone migranti è spesso legata alla questione della tratta e del traffico. Si tratta di due fattispecie criminose, la cui distinzione sta nel fatto che il traffico prevede un accordo tra il migrante e il trafficante che generalmente è un esponente di organizzazioni che gestiscono il servizio migratorio illegale, e dunque presuppone la volontà della persona che richiede di essere trasportata dietro compenso in un altro stato; la tratta invece indica la compravendita, lo spostamento di una persona contro la sua volontà dal luogo di origine a un altro, e il suo successivo sfruttamento a fini di lucro.

 

Accade di frequente che le vittime di tratta dedite alla prostituzione (così come le vittime sfruttate in diversi ambiti) siano consapevoli del tipo di lavoro che andranno a compiere, anche se non sono a conoscenza delle precise condizioni alle quali dovranno attenersi. Occorre sottolineare con fermezza, però, come scrive il dott. David Mancini, Sostituto Procuratore presso il Tribunale d Teramo, “che la conoscenza preventiva delle attività compiute nel Paese di destinazione non costituisce in alcun modo un elemento significativo per stabilire se il migrante sia vittima di traffico e di tratta. L’interprete del fenomeno, qualunque sia l’angolo di visuale adottato, deve essere preliminarmente consapevole del fatto che traffico e tratta sono fenomeni che intaccano la persona umana e la sua dimensione di diritti fondamentali, a nulla rilevando la disponibilità del migrante a compiere lavori turpi o degradati, poiché tale scelta, quasi sempre, è dettata soltanto dalla speranza di poter avere una congrua aspettativa di vita, impossibile nel Paese di origine per le più disparate contingenze (guerre, persecuzioni, povertà, sottosviluppo, etc.)”.

 

Occorre anche sottolineare che le vittime di tratta a fini di sfruttamento sessuale e le vittime sfruttate in ambiti diversi sono spesso le stesse, ovvero che una persona venga sfruttata a più livelli in diverse fasi, e che i confini tra traffico e tratta siano labili e che di frequente episodi di traffico si trasformino in casi di tratta. Che nei confronti di una persona che richiede volontariamente il trasporto illegale in un altro Stato, subentrino in seguito, durante il viaggio, la coercizione, le minacce, la violenza, e le finalità di sfruttamento.

 

Tratta e traffico sono fenomeni nuovi e in continua trasformazione, tanto che non esistono ancora fonti precise sui dati numerici delle persone vittime né sulle modalità con cui queste fattispecie criminose vengono praticate. Da qui il primo elemento che rende i fenomeni e le persone che li subiscono: invisibili.

 

La pratica a grandi linee assume caratteri diversi a seconda delle origini dei migranti e dei trafficanti. Nel caso delle persone che incontriamo in strada nel territorio umbro, generalmente le transessuali provenienti dal Sud America, una volta estinto il debito contratto per arrivare in Italia sono “libere”. Le donne provenienti dai territori dell’Africa hanno un debito così grande che difficilmente riescono ad estinguerlo, e nei loro confronti il ricatto fa leva su riti voodoo e su ripercussioni nei riguardi dei familiari.

 

Di fatto, una volta giunti nei paesi di destinazione, la maggior parte dei/lle migranti-vittime, sono sprovvisti/e di documenti di identità, di risorse finanziarie, di punti di riferimento e non conoscono la lingua. Sono quindi estremamente vulnerabili, dipendono totalmente dai loro aguzzini e sono sottoposti/e ad ogni tipo di violenza e abuso; (…) temono ritorsioni nei riguardi dei loro familiari rimasti in patria (Mancini, 2006).

 

La mancanza di documenti impedisce di essere per così dire “tracciabili” in un territorio; senza un documento è come se non esisti, e in più sei impossibilitato ad accedere a qualsiasi tipo di servizio, dall’assistenza sanitaria, ad un corso di lingua italiana e così via…

 

Non sempre l’Italia, poi, è il paese di arrivo del percorso migratorio, per cui molte delle persone che incontriamo in strada transitano velocemente in Italia dirette verso altre mete; in altri casi i tempi di permanenza nel nostro territorio o nella nostra città sono brevi, come si evince dai racconti delle persone in strada, si parla di qualche mese; vengono costrette spesso a cambiare città o Paese. Questi spostamenti le rendono invisibili e inermi, le mettono in condizioni di precarietà e fragilità, condizioni che saldano il legame con i loro sfruttatori; per cui per quest’ultimi mantenere e reiterare tale stato di cose consiste nella loro sopravvivenza e nella sopravvivenza di tutta la struttura criminale e per le vittime risulta impossibile o estremamente difficile liberarsi dallo sfruttamento. A tale scopo spesso vengono spostate nei circuiti indoor, in appartamenti privati o in locali pubblici.

 

La collocazione al chiuso riduce le possibilità di intervento da parte delle associazioni, o di tutte quelle realtà che potrebbero mediare l’accesso ai servizi e offrire opportunità di aiuto.

 

Per tale motivo le ordinanze anti-prostituzione, vanno, in base anche alla nostra esperienza di lavoro, solo a spostare il fenomeno della prostituzione da un circuito out-door a uno indoor, favorendo l’invisibilità dei soggetti vittime, favorendo il sommerso, e vanno a ridurre le possibilità di contatto, di lettura seppure sommaria del fenomeno, di instaurazione di qualsiasi tipo di relazione e quindi di produzione di qualsiasi forma di autonomia (che sia pure l’uscire da sole dal luogo in cui si abita per recarsi dal dottore), in sostanza vanno a compromettere l’affermazione di soggetti, attraverso una qualsiasi “prova” della loro esistenza e possibilità di accesso e godimento di diritti in quanto esseri umani; le possibilità di intervento; l’emersione di vissuti, di forme di vita e pratiche di sfruttamento; e l’analisi di un fenomeno complesso e difficile da decifrare, che può essere fatta attraverso la raccolta di dati e di storie.

 

Bibliografia:

 

“I piccoli schiavi invisibili. Dossier tratta 2013”, a cura di Save the Children Italia Onlus, agosto 2013.

“Traffico di esseri umani e tratta di persone: le azioni di contrasto integrate”, di David Mancini, 16/02/2006.

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