Autore: Lautoradio

31 Dicembre 2018

LA TOP 10 (+2) DELL’ ANNO 2018

Per chi sostiene che la musica valida si sia esaurita con i Pink Floyd servirebbe un girone dell’inferno ad hoc, fatto di “buongiornissimi” tirati in faccia e Vaporwave a tutto volume.

Qui di seguito la mia personalissima (=relativa ai miei generi di “riferimento”) top 10+2 per celebrare un anno musicale che ci ha regalato belle cose.

L’ordine è casuale (che somiglia una frase filosofica ma invece non lo e`).

  • Calexico – The Thread That Keep Us

Tre anni dopo il precedente “Edge Of The Sun”, i Calexico ci dicono che il loro lo sanno ancora fare, eccome.

“The Thread That Keep Us” e` un album che tiene compagnia, rilassa  rilasciando a tratti un pizzico di nostalgia, da ascoltare necessariamente per intero, lentamente, non curandosi dell’alternarsi dei brani.

E` un album anche vario. Nota necessaria perché da una band con una carriera ventennale alle spalle magari ci si potrebbe aspettare qualcosa di già sentito nel lontano millenovecentoequalcosa (obiezione di solito mossa da chi, però, a partire da quell’ anno ha smesso di ascoltare musica).

Molte chitarre grintose (“Bridge To Nowhere”, “Eyes Wide Awake”), ballate (“The Town” e “Miss Lorraine”) e motivetti che non puoi non fischiettare per il resto della giornata (“Under The Wheels” che mi ha ricordato molto Liars e Arcade Fire).

Altri di cento di questi dischi, Calexico!

Calexico – Bridge to Nowhere

  • The Soft Moon – Criminal

Il post-punk è vivo e lotta insieme a noi.

The Soft Moon, progetto di Luis Vasquez, è uno di quei gruppi che va tenuto costantemente d’occhio. Un Post Punk sventrato da molte influenze che non lascia spazio a nostalgie di puro revival anni ‘80.

E “Criminal”, ultimo album in studio, non asseconda assolutamente nessuna pulsione da cresta alta e lucchetto al collo. Anzi.

“Criminal” è volutamente graffiante, nervoso…ed innovativo; fonde i tipici chorus e flanger del genere (“Born Into This”) con suoni industrial/EBM, veloci, distorti (“ILL”).

Non adatto per chi cerca castelli gotici e ragnatele.

The Soft Moon – ILL

  • Yakamoto Kotzuga – Slowly Fading

Basta parlare del “giovanissimo” Yakamoto Kotzuga (pseudonimo del produttore Giacomo Mazzucato), perché Slowly Fading, suo ultimo album, ha una complessità che non può essere ingabbiata all’ interno di dati anagrafici.

Un’ elettronica “slowly”, caratterizzata da un’ atmosfera cupa (diversamente dall’onirico “All These Things I Used to Have”, più in linea con il precedente “Usually Nowhere”) che ci dimostra una evoluzione ormai consolidata.

“Slowly Fading” non è un album che asseconda, una facile elettronica, un po’ “chill”, dagli schemi ormai definiti.

Non è neanche l’avanguardia di un nuovo genere, sia chiaro.

E’ “solo” un gran bell’ album.

Yakamoto Kotzuga – Until We Fade

  • Bunuel – The Easy Way Out

Tanto rumore.

Rumore metallico, urla e lamenti. Un basso pressante e chitarre graffianti a far da padrone.

Non c’è spazio per interferenze e contorni. Si è soli contro tutto in una martellante, veloce, ripetitività.

Quello che più mi attira dei Bunuel (“The Easy Way Out” è il loro secondo lavoro) è che non importa chi siano. Il fatto che siano un “supergruppo” poi, è del tutto irrilevante. Non scoprite neanche chi c’è dietro.

Fatevi martellare e basta.

Bunuel – The Hammer The Coffin

  • Gorillaz – The Now Now  

Damon Albarn ha dimostrato scientificamente che si può creare una canzone “estiva” senza scadere nei cliché del tormentone (quant’è palma-e-piscina “Humility”?).

The Now Now” riesce a ricreare la freschezza di una stagione; è un disco spensierato e leggero che regala hit come “Hollywood” (featuring Snoop Dog e Jamie Priciple) e pezzi più riflessivi (la bellissima “Idaho”).

Arriva dopo un anno da Humanz (2017), altro disco costruito benissimo, che ha rotto il silenzio dei Gorillaz che durava da ben otto anni (Plastic Beach risale ormai 2010). Ed è un “ritorno” in grande stile, di quelli che dicono che la strada è ancora molto lunga. Splash!

Gorillaz – Humility

  • Young Fathers – Cocoa Sugar

Scusateci Young Fathers, ma l’ Italia non è ancora pronta per voi.

Perugia l’ anno scorso ha deciso di regalare una data come si deve: Massive Attack con opening Young Fathers.

Il concerto inizia in anticipo (si sapeva di un acquazzone e gli organizzatori hanno deciso di anticipare il concerto per allontanare il pericolo rimborsi), il grosso della gente ancora non è arrivata e chi c’è non calcola i Young Fathers che nel frattempo fanno il panico sul palco.

Io lì, un po’ imbarazzato dalla situazione, decido di lasciarmi trasportare dalla sensualità e dal ritmo Trip Hop di quella che secondo me è una delle migliori band in circolazione.

Loro a fine esibizione lasciano il palco stizziti, giustamente.

Il fatto è che quando saremo pronti, come di consueto, sarà troppo tardi.

Young Fathers – In My View

  • Interpol – Marauder

Io ad inizi ‘00 ero ancora un bambino quindi “Turn On The Bright Lights” non l’ ho ascoltato per quindici anni di fila; e quindi no, gli Interpol non mi hanno “ancora” annoiato.

Piccola premessa perché il principale difetto di “Marauder” è proprio l’ eredità che si porta appresso. “Non è il disco più bello dell’anno perché quello precedente è ancora più bello”, dicono ogni volta.

Vade retro! “Marauder” spacca, poco da girarci attorno.

Qui gli Interpol hanno costruito un disco che “funziona”, suona bene ma non nel senso di un prodotto commerciale pensato a tavolino, ma al contrario un disco Indie-Rock che rappresenta a pieno i canoni e la potenza di una band che di quel genere fa ancora oggi scuola.

Le canzoni sono lineari ma ci pensi per il resto del giorno perché quella chitarra distorta e ovattata messa un po’ ovunque difficilmente ti lascerà in pace. Poi “Number 10″ ha poco da invidiare ad “Obstacle 1” (tsz!)

Interpol – Number 10

  • Thought Gang (Angelo Badalamenti, David Lynch) – Thought Gang

Circa venticinque anni fa Angelo Badalamenti e David Lynch hanno inciso diverse tracce che solo ora sono state portate alla luce.

Cover dei Guns ‘n Roses? No. Un viaggio su di una scialuppa tra onde sonore e elettricità postmoderna sotto forma di jazz poco definito.

E ovviamente tutto molto inquietante (è di recente uscito una sorta di corto/video firmato Lynch che racchiude i brani “Frank 2000” e “Woodcutters From Fiery Ships”, giudicate voi stessi).

Twin Peaks, la cittadina americana che ha ospitato la morte di Laura Palmer, è dentro la maggior parte dei brani (o il contrario, non saprei). Si potrebbe dire che alcuni di questi sono la rivisitazione inquieta della storica colonna sonora.

Penso che questo disco (ma forse l’ intera produzione musicale di BadalamentiLynch) sia la linea di confine tra ciò che è ordinario e ciò che non lo è.

Ant Head

  • God Is An Astronaut – Epitaph

Epitaph è una dolce tensione che cresce minuto dopo minuto fino ad esplodere inesorabilmente. Ed è questo che principalmente mi ha avvicinato di recente al post rock; questa dissonanza di intensità, un qualcosa che si accende, poi si rilassa, si contrae per esplodere di nuovo.

E che “destruttura” la forma canzone (semi cit.). Si, perché questa continua tensione fa sì che la canzone si dilati, a volte venga portata allo stremo, una esasperazione frastornante che però è, come dire, naturale; il giusto epilogo di quella tensione che cresce e necessita di fuoriuscire.

God Is An Astronaut – Epitaph

  • Dead Can Dance – Dionysus

Accendete le torce e preparatevi a celebrare il raccolto.

Il ritorno dei Dead Can Dance è un viaggio intorno al mondo in due atti, nove tracce di “world music” che esprimono una raffinatezza che in pochi possono permettersi.

Con una carriera ormai trentennale e un nuovo tour alle porte, “Dionysus”, l’ultimo lavoro del duo australiano, è un album musicalmente complesso, strumentalmente ricco ed elegante, caratterizzato da flauti, percussioni e strumenti lontani che creano un’ atmosfera meticcia, molto diversa dai precedenti lavori.

E qui sta la forza dei Dead Can Dance, un gruppo che nonostante le etichette è sempre stato super partes, riuscendo ad emergere dall’ appiattimento dei generi e del tempo.

Dead Can Dance – Dance of the Bacchantes

+2

Un disco che ero indeciso se inserire direttamente nella Top 10 e un altro che non mi è piaciuto.

  • Aphex Twin – Collapse

Aphex Twin è uno di quegli artisti che prima di mettere in discussione devi pensarci tante volte. Semplicemente perché agisce in un contesto spazio-temporale tutto suo e le nostre categorie non sarebbero efficaci (gli si potrebbe recriminare la lentezza con cui pubblica le cose -un EP dopo cinque anni dall’ ultimo album “Syro” – sapendo che nel suo mondo il tempo scorre in modo diverso?).

Collapse” inoltre è strepitoso. Sei tracce che ne contengono altrettante al loro interno. Pezzi della solita complessità che però si lasciano ascoltare e “acquistano senso” man mano grazie ad un ascolto attento.

Il singolo che ha lanciato l’album è “T69 Collapse”, accompagnato da un video che potrebbe essere benissimo il timelapse di quando dio ha creato il mondo.

Aphex Twin – T69 Collapse

  • Human Tetris – Memorabilia

Io agli Human Tetris ci sono affezionato. Vuoi perché sono (semi) esordienti e fanno post punk; vuoi perché sono russi e dalle nostre parti non li conosce nessuno (il che mi permetterà un giorno un paternale “li ho visti nascere”).

Fatto sta che il loro primo album (“Happy Way In The Maze Of Rebirth”, ma anche alcuni EP che lo hanno preceduto) è un album bello, per carità niente di estremamente innovativo, ma sicuramente da tenere in playlist (“Cold Wind” è veramente un gran pezzo).

Memorabilia”, il loro ultimo album, invece non lo è.

Spero non sia un “cambio di rotta”, che figuriamoci, ci può anche stare, ma questo sembra un album di cover di pezzi sconosciuti dei The Strokes. E a me i The Strokes non piacciono.

Perché stanno nella mia top 10+2? Perché sento tanta potenzialità e se non si perderanno per strada scimmiottando gruppi, possono regalare soddisfazioni.

Human Tetris – Melancholy

FUORI CLASSIFICA

Qualche altro titolo 2018 niente male…

Thom Yorke – Suspiria

Arctik Monkeys – Tranquillity Base Hotel & Casino

Mogwai – Kin

Dead Cat In A Bag – Sad Dolls And Furious Flowers

Massimo Zamboni – Sonata a Kreuzberg

The good, The Bad & The Queen – Marrie Land

Jon Hopkins – Singularity

24 Dicembre 2018

#2 – La mossa eretica

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OLTRE IL GENERE – rubrica di consigli letterari

13 Novembre 2018

Open Radio | STAGE RADIO 30nov-1dic

I giorni 30 novembre e 1 dicembre, a Perugia, nella sala Miliocchi di Corso Garibaldi 136, Lautoradio in collaborazione con Radio Sherwood e YaBasta! Perugia, organizza uno stage formativo per approcciarsi  allo strumento radio in maniera consapevole e competente.

Questo stage e` un progetto ambizioso che non nasce pero` dal nulla.

Lautoradio e` da ormai 4 anni che sperimenta e approfondisce varie forme di comunicazione, proprio perche` siamo consapevoli di come la sfida del cambiamento passi soprattutto da questo (nuovi linguaggi, nuovi strumenti comunicativi ecc).

Una informazione che si colloca dentro la dimensione dei movimenti sociali, con lo sguardo sempre rivolto verso le forme di resistenza, auto-organizzazione e partecipazione; sono questi alcuni degli aspetti che caratterizzano questo progetto.

Come al solito siamo partiti ponendoci delle domande: cosa vuol dire fare radio oggi? Si puo` parlare ancora oggi di radio di movimento? E in particolare quale il ruolo di queste all’ interno di una societa` sempre piu` molecolare e interconnessa?

Di questo e altro discuteremo nell’ introduzione durante il primo giorno di stage.

Nella seconda giornata invece ci addentreremo nella parte piu` propriamente tecnica.

Due i blocchi che abbiamo individuato: la regia radiofonica, che approfondira` temi quali il funzionamento di una radio, il ruolo e i compiti del regista, le dinamiche del suono ecc.;

il secondo blocco e` dedicato alla costruzione e alla conduzione del programma, quindi quali sono gli stili di radio, come si pianifica una scaletta, come si gestisce una intervista, come si gestiscono situazioni problematiche e molto altro ancora.

A conclusione di questo percorso metteremo in pratica quanto appreso, con la costruzione e registrazione di una vera puntata radio, disponibile successivamente sulle piattaforme di Radio Sherwood e Lautoradio, ideata e realizzata insieme, a piu` mani e piu` voci.

Ci auguriamo che questo stage trasmetta, oltre che un bagaglio di competenze e conoscenze tecniche, anche uno stimolo ad approcciarsi alla radio, sotto i piu` svariati aspetti (musica, approfondimenti, notizie, ecc).

Programma #OpenRadio :

>> Venerdì 30 novembre | ore 16.30
– Introduzione. Interverranno :
Radio Sherwood
Lautoradio
Radiosonar.net

[…in aggiornamento…]

>> Sabato 1 dicembre | ore 10.00
REGIA RADIOFONICA :
– Come funziona una radio
– ruolo del regista
– le dinamiche del suono
– compiti del regista durante la trasmissione
– post-produzione
– prova pratica con mixer

>> Sabato 1 dicembre | ore 15.00
COSTRUZIONE E CONDUZIONE DI UN PROGRAMMA :
– introduzione agli stili radio
– ideazione e costruzione del programma
– pianificazione di una scaletta
– gestione e conduzione di un’intervista
– gestione dei tempi di musica ed effetti sonori
– soluzione dei problemi

>> Sabato 1 dicembre | ore 18.30
PROVA PRATICA:
– Registrazione e post-produzione della puntata laboratoriale

>> venerdì e sabato | ore 19.30 |
APERITIVO + DJ SET DELLE RADIO

<< IMPORTANTE >>
PARTECIPAZIONE A POSTI LIMITATI
Per ISCRIZIONI: inviare un messaggio alla pagina de Lautoradio o scrivere a lautoradioblog@gmail.com


Stay rebel!
Stai su #altrefrequenze.

12 Novembre 2018

#1 – Amba Aradam o Ambaradan? La “faccia nera” dell’Impero

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OLTRE IL GENERE – rubrica di consigli letterari

22 Giugno 2018

OLTRE LE SBARRE

Paradossalmente il carcere dovrebbe essere il luogo più sicuro, eppure sempre più spesso c’è chi in carcere ci muore. Stefano Cucchi, Giuseppe Uva e molti altri saranno uccisi in carcere, nella maggior parte dei casi pestati nelle proprie celle, là dove non sarebbero dovuti  neanche stare.

Questi non sono casi isolati. Le testimonianze di violenze, abusi, situazioni degradanti ormai sono all’ordine del giorno.

Era il 14 ottobre 2007 quando Aldo Bianzino moriva nel carcere di Perugia, 48 ore dopo essere stato arrestato insieme a sua moglie per possesso di alcune piante di marijuana nella loro abitazione a Pietralunga, nelle campagne umbre.

Ufficialmente Aldo muore per emorragia cerebrale; in realtà l’autopsia riscontra sul corpo quattro ematomi cerebrali, fegato e milza danneggiati, due costole fratturate.

Di carcere si muore.
Dieci anni dopo non è ancora emersa la verità; Rudra Bianzino, il figlio di Aldo, con un appello chiede la riapertura delle indagini, cercando una volta per tutte giustizia. (1)

Il carcere dovrebbe essere uno strumento finalizzato alla rieducazione del condannato, così si scrive sui testi scolastici, ma nella realtà non è altro che una bolla che alimenta quel senso di isolamento ed esclusione sociale che nella maggior parte dei casi lo porterà a compiere gli stessi gesti: “[il carcere] non produce, dunque, l’effetto di ridurre il tasso generale di criminalità ma consegue il risultato opposto: innalzarlo ulteriormente, affinando le capacità delinquenziali dei detenuti, insediandoli più profondamente nel tessuto dell’illegalità e negando loro ogni alternativa di vita”. (2)

Le morti prima citate non sono frutto di errori, negligenza o che altro, ma sono la logica e perversa conseguenza di un attitudine che pervade l’intero sistema, che considera i detenuti reietti, scarti della società.

Questa logica prima ancora che tra le mura e le sbarre delle celle, si sviluppa all’interno della società: chiunque non è conforme alle regole imposte, qualunque esse siano, è automaticamente messo al bando, prima ancora che fisicamente, socialmente: si sviluppa così un odio sociale che pervade il singolo già colpito dall’isolamento e dall’esclusione:

“il carcere è nato, più che come sanzione, come pulizia della società dai suoi scarti: poveri, vagabondi, mendicanti, sbandati, irregolari di ogni genere, da offrire in sacrificio all’ordine sociale”. (3)

A dettare le regole è il potere costituito, il potere dei più (più ricchi, più forti, ecc.), appunto “l’ordine sociale”, che indica e indirizza cosa è moralmente (e di conseguenza legalmente) accettabile: così chi occupa una casa perchè una casa non ce l’ha, chi si oppone alle devastazioni ambientali e del territorio, chi scappa da guerre, fame e sfruttamento, è semplicemente un criminale.

È chiaro che il carcere non è altro che uno strumento (ormai anche in tal senso, se vogliamo, arcaico rispetto agli strumenti di sorveglianza e repressione diffusi) di disciplinamento e controllo.

Il carcere va, perciò, abolito, nell’interesse della “sicurezza dei cittadini” (come appunto la proposta di Manconi, Anastasia, Calderone, Resta) ma anche, e soprattutto, come forma di riappropriazione delle vite rispetto al comando e alle costrizioni morali e fisiche imposte dall’alto.

Passo che però si scontra sistematicamente con il progressivo spostamento a destra delle istituzioni che attraverso la retorica (questa si) securitaria, legittima e giustifica la criminalizzazione della povertà, della diversità ecc.; si pensi alla recente legge Minniti-Orlando su sicurezza e decoro, oppure agli interventi di questi giorni di stampo dichiaratamente razzista ordinati dal neo ministro degli interni Salvini.

Di questi temi parleremo durante la puntata in diretta da Sherwood Festival con contributi di Stefano Anastasia (Presidente onorario dell’associazione Antigone, Garante dei detenuti per le regioni Umbria e Lazio, coautore del libro “Abolire il carcere”, Chiarelettere 2015) e Rossella di ACAD  (Associazione Contro gli Abusi in Divisa).

(1): Appello AVAAZ.ORG 

(2): Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone, Federica Resta, Abolire il carcere, Milano, 2015 (pag. 7)

(3): Gustavo Zagrebelsky, Abolire il Carcere, postfazione (pag. 106)

#lautoradio #altrefrequenze

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