FESTIVAL ALTREFREQUENZE - Storie, lotte, connessioni.
La 1ª edizione del Festival si terrà il 19 settembre 2026 al Parco Sant’Angelo di Perugia, nel quartiere di Corso Garibaldi: una giornata su diritto alla migrazione e reti di solidarietà auto-organizzate.
Sabato 19 settembre il Parco Sant’Angelo di Perugia ospita la prima edizione del Festival Altrefrequenze, ideato dalle realtà indipendenti Dal Basso APS e Lautoradio, che da anni sono attive sul territorio per promuovere la diffusione di cultura, socialità, politica e inclusività dal basso.
“Raccontare le storie di chi non si piega diventa un atto di resistenza”
Questa giornata nasce dalla volontà di creare uno spazio di condivisione con le tante realtà cittadine e non solo, che si occupano quotidianamente di solidarietà, accoglienza e pratiche concrete, per raggiungere una giustizia sociale che renda questo mondo migliore.
Crediamo che in un momento storico come quello che stiamo attraversando, segnato da guerre, genocidi, sfruttamento e corsa al riarmo, sia fondamentale rafforzare quella comunità dal basso che si contrappone alle politiche securitarie e repressive attuate come risposta ad un fenomeno storico e strutturale: le migrazioni. L’obiettivo è quello di continuare a mantenere alta l’attenzione sui temi dell’accoglienza, dell’integrazione e delle esperienze di resistenza dal basso.
Storie di viaggi, attraversamenti, di integrazione, di resistenza che troppe volte si incrociano con sistemi di violenza, sfruttamento e invisibilizzazione.
Lotte per il riconoscimento e la tutela dei diritti, per la dignità umana, per l’autodeterminazione.
Connessioni tra le reti che praticano solidarietà, tra popoli oppressi e tra persone in movimento.
CONTRO L’OPPRESSIONE DEI POPOLI
Negli ultimi anni sempre più persone hanno sentito la necessità di manifestare solidarietà ai popoli oppressi, non solo a parole ma anche e soprattutto con le azioni e le pratiche.
Impossibile restare indifferenti davanti al genocidio perpetrato da Israele e non sentirsi sollecitati a intervenire per supportare il popolo palestinese: “dalla terra al mare” attivist3, associazioni, collettivi e singol3 unit3 hanno rifiutato di essere complici dello stato genocida e hanno sostenuto le missioni di solidarietà che hanno dato vita a moltepici mobilitazioni.
La storia per la liberazione della Palestina è strettamente connessa alla storia dei tanti, troppi popoli oppressi che lottano quotidianamente per ottenere e rivendicare diritti, spezzare catene, liberarsi dall’oppressione coloniale e capitalistica, e non possiamo ignorare le responsabilità politiche di chi sostiene, finanzia, legittima e riproduce questi sistemi di oppressione e sfruttamento.
POLITICHE DI REPRESSIONE
Le pratiche dal basso si contrappongono alle scelte politiche di un sistema che non si occupa di tutelare i diritti fondamentali: le istituzioni e gli Stati membri dell’Ue hanno reso la criminalizzazione, la sorveglianza e la discriminazione, strumenti sempre più ordinari della governance migratoria – invece di puntare su protezione, misure di inclusione sociale, ampliamento dei canali di accesso sicuri e regolari e permessi di soggiorno basati sui diritti.
Misure come i CPR e la detenzione amministrativa, rafforzata dal Patto Ue Migrazione e Asilo, privano della libertà di movimento e di soggiorno le persone richiedenti asilo alla frontiera.
Politiche che sdoganano la deportazione in Paesi terzi inseguendo il modello Albania e si inseriscono in un vortice legislativo che accresce repressione e privazione dei diritti. Perfettamente in linea con il governo attuale, danno forma e sostanza alle propagande nazionaliste di ultra destra, alle campagne di odio e razzializzazione (come quella di re-migrazione di Vannacci e affini), che puntano a una vera e propria legge di deportazione di massa.
Le politiche e le reti di accoglienza dal basso si mobilitano per realizzare ovunque vie legali e accessibili, attraverso il superamento di tutti quegli impedimenti normativi –nazionali e internazionali– che oggi ostacolano la legittimità del movimento e la libertà di tuttə di scegliere il luogo in cui abitare e in cui realizzare il proprio progetto di vita.
AUTODETERMINAZIONE
Difficile in questo quadro il raggiungimento di una reale autodeterminazione, dimensione centrale dell’integrazione culturale poiché consente di partecipare attivamente alla costruzione del proprio percorso di vita nel nuovo contesto sociale.
Le persone migranti nella nostra quotidianità vengono invisibilizzate, considerate “integrate” solo se corrispondenti alla visione borghese e normata delle città.
La mancanza di una vera accoglienza fa sì che si ritrovino a interagire solo con altre persone migranti o con operator* sociali, spesso a loro volta sottopagati/e, all’interno dei CARA o dei CAS. Un circolo vizioso di cavilli burocratici, profilazione razziale da parte della polizia, razzismo istituzionalizzato e criminalizzazione che alimenta la marginalizzazione impedendo reali opportunità di dialogo e incontro nelle città.
Un’integrazione autentica non si realizza quando si è destinatarie solo di servizi assistenziali, ma quando si ha la facoltà di esercitare la propria capacità di scelta.
Uscire dalla vittimizzazione non significa negare i traumi, le discriminazioni e le difficoltà affrontate, ma fare in modo che non ci si identifichi come soggetti fragili, bisognosi di assistenza e incapaci di compiere scelte in autonomia.
QUESTIONE DI GENERE
Ostacoli ancora maggiori per donne e persone con identità di genere non binarie che subiscono ulteriori forme di esclusione e disuguaglianza: spesso non accettate nel loro paese di origine e non accolte nel paese in cui sono scappate. Vengono inoltre rappresentate come soggetti dipendenti o oppresse dalle proprie culture, senza tener conto del ruolo attivo che hanno nei processi migratori e di integrazione.
Le molteplici discriminazioni nei loro confronti, rendono ancora più difficoltoso il percorso di affermazione e autodeterminazione, con conseguenze devastanti anche sulla salute mentale.
Il razzismo e la questione di genere sono sistemi di oppressione interconnessi.
Le donne migranti affrontano una triplice invisibilità: come donne, come straniere e come lavoratrici.
Durante il percorso e all’arrivo, il genere può costituire un fattore di rischio che espone maggiormente le donne a tratta, abusi e forme di grave sfruttamento (spesso nel lavoro domestico o di cura).
Per comprendere appieno il fenomeno, è fondamentale adottare un approccio intersezionale e decoloniale che analizzi come il genere si sovrappone ad altri fattori (classe sociale, provenienza etnica, status giuridico).
Gli stereotipi sessisti e razzisti si alimentano a vicenda. Spesso la cultura razzista si fonda su una forte componente patriarcale che cerca di controllare il corpo e l’autonomia delle donne. Le lotte per i diritti civili e l’emancipazione femminile risultano efficaci solo se si riconosce che tutte le disuguaglianze si sovrappongono e se si realizzano forme di lotte uniche intersezionali.
SFRUTTAMENTO AMBIENTALE
Lo sfruttamento è una questione di classe: chi fugge dalla propria terra di origine spesso lo fa perché costretto da un sistema capitalistico che devasta e saccheggia in nome del profitto.
Viviamo in un mondo in fiamme, per le conseguenze dirette e indirette delle guerre in corso e di quelle minacciate. La distruzione di interi ecosistemi, eventi climatici estremi e inondazioni devastanti producono migrazioni climatiche di intere popolazioni; l’estrattivismo anche in agricoltura, con cicli produttivi intensificati e crescente impiego di energia, contribuisce allo smodato incremento termico.
È evidente la ricaduta sui paesi e le popolazioni più povere: non può esistere giustizia climatica senza giustizia sociale.
SFRUTTAMENTO DEL LAVORO
Le politiche dei flussi proposte dal governo vincolano l’ingresso di stranierə alla domanda di manodopera, assoggettando, ancora una volta, la dignità umana e la sua aspirazione alla realizzazione personale al criterio produttivo ed economico.
Al di fuori dei flussi controllati assistiamo invece ad una costante negazione dell’accesso regolare all’interno dell’Unione Europea, che costringe le persone all’irregolarità, genera insicurezza e alimenta la criminalità organizzata.
Le persone migranti sono costrette ad accettare lavori e condizioni di lavoro e di vita schiavistiche perché rifiutando diventerebbero clandestine e perché arrivano gravate da debiti contratti per affrontare richieste di permessi e le spese di viaggio.
Lo sfruttamento del lavoro migrante nei paesi ospiti è parte integrante di una filiera produttiva che scarica costi e rischi sui soggetti più deboli. In particolare nel comparto agricolo il caporalato viene spesso rappresentato come una deviazione illegale rispetto al normale funzionamento del mercato, ma si tratta di un’estensione funzionale del sistema.
Casi estremi e drammatici come quello di Amendolara, sono la rappresentazione del rapporto tra caporalato e modello economico, del ruolo delle filiere produttive nello sfruttamento della forza lavoro migrante, delle narrazioni distorte che continuano a relegare al Mezzogiorno questo sistema, come se fosse l’unico luogo in cui prolifera il legame tra sfruttamento del lavoro e sistema mafioso.
Amendolara non è un caso isolato, ma il sintomo di dinamiche strutturali che attraversano il lavoro contemporaneo.
Speculare, seppure con altre forme, il sistema organico di sfruttamento del lavoro nei centri della logistica (grandi o piccoli che siano) del centro e nord Italia. Attraverso sistemi legalizzati (l’uso di società scatole cinesi, l’abuso delle cooperative per derogare ai contratti collettivi ecc) migliaia di lavoratori e lavoratrici hanno subito uno sfruttamento sistemico sulla propria pelle.
La sindacalizzazione di molte persone migranti ha rappresentato un’inversione di tendenza restituendo il giusto protagonismo alle persone che hanno deciso di non essere più vittime dello sfruttamento padronale.
COMUNITÀ RESISTENTI
In questo contesto esistono e resistono realtà, persone e comunità che si oppongono a questo sistema, lavorando sul campo ogni giorno, auto-organizzandosi dal basso, combattendo in prima persona contro lo sfruttamento, come i lavoratori e le lavoratrici autorganizzate o sindacalizzate o come quella rete diffusa di collettivi, organizzazioni e associazioni che attraverso azioni dirette ci ricordano che nessun* deve restare sol*, mai.
In questa prima edizione del Festival Altrefrequenze abbiamo deciso di affrontare queste complesse tematiche, coinvolgendo le realtà del territorio e nazionali. Durante la giornata ci focalizzeremo su alcune specificità, cercando quanto più di dare voce alle persone direttamente coinvolte. Vogliamo continuare a mantenere viva l’attenzione su questi temi e ad opporci a ogni tentativo di strumentalizzazione o criminalizzazione.
19 settembre 2026 – Parco S. Angelo – Perugia
Altrefrequenze Festival