Violenze e molestie al Teatro Due di Parma: rompiamo il silenzio.
Negli ultimi mesi il Tribunale del Lavoro di Parma ha condannato il Teatro Due di Parma e un regista – il cui nome è oscurato da sentenza, ma il mondo teatrale italiano è piccolo e il nome è ormai noto, si tratta di Walter Le Moli – a risarcire due attrici per molestie e violenze sessuali, per il danno professionale, biologico e esistenziale subito.
Per quanto crediamo profondamente che la giustizia e la lotta alla violenza di genere non si facciano nei tribunali, bisogna ammettere che si tratta di una sentenza storica che apre un precedente importante per il mondo teatrale italiano: per la prima volta viene infatti riconosciuta la responsabilità del Teatro come datore di lavoro nel non aver fatto niente per prevenire le violenze e le molestie. Inoltre, è stato riconosciuto per la prima volta nel mondo del teatro italiano il risarcimento psicologico per le violenze subite.
È nelle realtà auto organizzate, dal basso, che le attrici hanno trovato ascolto, supporto e aiuto: se si è arrivati ad aprire il vaso di Pandora del #MeToo del teatro italiano, lo si deve – oltre alla forza e alla consapevolezza delle due attrici Federica Ombrato e Veronica Stecchetti – ad Amleta e Differenza Donna, collettive impegnate nella lotta contro la violenza di genere nel mondo dello spettacolo. Dalla denuncia delle due attrici, si è ricostruito un pattern di violenze sessuali, molestie e soprusi a opera di Le Moli che va avanti dal 1998, indisturbato. Sono tante le attrici che, vedendo finalmente accolte le richieste di ascolto di due colleghe, hanno deciso di condividere la loro esperienza.
Ma cosa è successo? Andiamo per step.
Nel 2019 le due attrici partecipano a Casa degli Artisti, un corso di alta formazione, finanziato con fondi della Regione Emilia-Romagna, organizzato dalla Fondazione Teatro Due di Parma e destinato a giovani attori e attrici. Il regista docente era Walter Le Moli, membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione.
Gli orari previsti erano dalle 15 alle 19, ma il docente si presentava puntualmente in ritardo, costringendo – chi poteva – a trattenersi fino a notte inoltrata, con il benestare del Teatro, nonostante le lamentele portate avanti dall3 partecipant3.
Non tutt3 potevano trattenersi, e per questo spesso il regista si trovava solo con poche allieve. Da buon figlio del patriarcato, il violento Le Moli da subito mette in atto comportamenti manipolatori e violenti con alcune studentesse, che arriveranno fino allo stupro, azioni che non riporteremo qui (la pornografia del dolore non ci riguarda) ma ci sono 59 pagine di testimonianze (facilmente reperibili online per chi volesse approfondire). Basta dire che Le Moli approfittava del suo ruolo di potere nella relazione docente-student3, e della giovane età delle attrici, dando loro false speranze di lavoro, manipolandole e minacciandole di non farle lavorare mai nel mondo del Teatro, essendo lui una personalità – a suo dire – molto influente.
E il Teatro?
Il Teatro ha dichiarato di non aver mai saputo niente, e si è limitato ad allontanare il regista nel 2021, dopo una diffida da parte dei legali dello studio “Lavoro Vivo”.
Le testimonianze però, riportano un’altra realtà dei fatti: un dipendente dell’Ufficio Comunicazione aveva messo in guardia una ragazza dicendo di stare lontana da lui per evitare “situazioni spiacevoli”, citiamo testualmente. E in più occasioni le vessazioni verbali e gli insulti erano urlati nel corso delle lezioni: è quindi altamente improbabile che nessuno sentisse. C’è un episodio particolare, che mette nero su bianco come il Teatro se ne sia lavato le mani, diventando automaticamente complice: dalle testimonianze emerge che una sera una ragazza arrivò in Teatro e parlando a voce molto alta, alla presenza di membri della Fondazione, chiese “dove fosse quel porco che se la fa con le ragazzine, per dirgliene quattro”. I membri del direttivo si limitarono a fare un vergognoso sorriso di circostanza.
Le due attrici, prima di trovare il supporto di Amleta e Differenza Donna, avevano già provato a denunciare, ma – come ci si può aspettare – non sono state ascoltate. Le violenze e i soprusi raccontati erano stati archiviati come “non adeguatamente provati” e si assumeva l’insistenza di un rapporto di lavoro.
Ed è qui che entra in gioco Amleta, collettivo femminista intersezionale che da anni è un osservatorio vigile e costante per combattere violenza e molestie nei luoghi di lavoro dello spettacolo dal vivo.
Grazie alle testimonianze raccolte, all’appoggio legale di Differenza Donna, e alla consigliera di Parità dell’Emilia-Romagna Sonia Alvisi, si tenta un ricorso. I tempi della giustizia però sono restrittivi, ed erano già scaduti i dodici mesi per avviare il processo penale. Si è riusciti tuttavia a fare leva sul fatto che il corso fosse una sorta di selezione, e quindi una fase della vita lavorativa, azione che ha permesso di arrivare in Tribunale di Parma, che il 20 settembre 2025 accerta dal punto di vista legale le molestie e le violenze.
Sono passati più di 6 anni di silenzio su questa storia di violenze, ricatti e abusi anzi, quasi 30 anni di silenzio, se teniamo conto che la prima testimonianza risale al 1998, ma è importante riportare le parole di una delle due attrici: «Non gioisco per la sentenza perché so che tutte le persone all’interno di quel teatro sono rimaste in silenzio: hanno omesso di rispondere alle mail e alle richieste di aiuto che abbiamo mandato, hanno voltato lo sguardo di fronte alla vista di giovani attrici in lacrime, non hanno risposto ai dubbi e alle manifestazioni di disagio, mentre si sono impegnate a mandare avanti l’immagine glorificata di un regista che veniva descritto come geniale, potente, intellettualmente affascinante. E proprio in virtù di quest’immagine la violenza si è compiuta, tutelata da una narrazione che mette subito in chiaro le cose: voi siete nulla, lui è il Re, e dovete solo ringraziare di essere al suo cospetto.»
Il silenzio è continuato anche dopo la sentenza, e ancora una volta è dal basso che arriva una risposta di solidarietà, un urlo a squarciare il silenzio che avvolge la città di Parma, il Teatro italiano, i giornali, le istituzioni.
La Casa delle Donne di Parma infatti indice per il 6 dicembre un incontro pubblico per chiedere le dimissioni dei vertici del teatro e per dare voce a questa storia di violenza, incontro a cui hanno partecipato le attrici Federica Ombrato, Veronica Stecchetti e Cinzia Spanò dell’associazione Amleta, insieme a Chiara Colasurdo e Maria Teresa Manente dell’associazione Differenza Donna. Nello stesso giorno, il Teatro Due pubblica un vergognoso comunicato stampa di innocenza – in cui non si legge nemmeno una parola di solidarietà alle attrici – e in cui annunciano un ricorso alla sentenza.
Un gruppo di student3 dello stesso corso di formazione – riunitisi nel collettivo Dieci teatranti – qualche giorno dopo chiedono di incontrare la direttrice Paola Donati pretendendo chiarezza e scuse. La direttrice non cambia posizione, dichiarando che a chiedere scusa deve essere il regista. Dal 9 dicembre 2025, l3 student3 entrano – e sono tutt’ora (7 gennaio) – in sciopero.
Il 18 dicembre 2025 il Teatro ha indetto un incontro per presentare delle deboli scuse per non “aver valutato adeguatamente i comportamenti del regista”, ma continua a rifiutare ogni tipo di responsabilità: è ben chiaro come non si tratti di una posizione sentita, quanto piuttosto di un tentativo di ripulirsi l’immagine, dato che – specialmente tra i giovani – la reputazione del Teatro rischia di arrivare ai minimi storici.
L’assessora regionale alla Cultura e alle Pari Opportunità, Gessica Allegni, aveva fatto sapere che sarebbe iniziato un iter per verificare se c’erano i presupposti che avrebbero portato ad una revoca dei finanziamenti pubblici al teatro. Sarà un caso che il 5 gennaio 2026 la direttrice si è autosospesa? Dal comunicato ufficiale leggiamo che, senza alcuna vergogna, è lei stessa a dichiarare che si autosospende “per mantenere salda la fiducia da parte degli Enti che sostengono il Teatro”. Si autosospende per non perdere i finanziamenti, non per ammissione di colpevolezza e incapacità nel gestire la situazione. Anche in questo comunicato, non mezza parola di solidarietà alle attrici, né da lei, né da nessun’altro membro del direttivo.
Imbarazzante il sostegno dal comune, che esprime solidarietà “alla sensibilità di Paola Donati” e elogia la Fondazione Teatro Due per come ha gestito l’allontanamento del regista: come se allontanare un abuser fosse un fatto eccezionale, e non il minimo.
Non sappiamo come andrà avanti la storia, quello di cui siamo cert3 è che il sistema patriarcale non conosce limiti, e che anche nel mondo della cultura e dello spettacolo, la violenza machista agisce con il benestare di un sistema che li tutela: se le attrici ci hanno messo volto e nome, il nome del regista viene ben nascosto, a tutela della sua immagine, impedendo di fatto che le violenze non si ripetano. Se non si divulga il nome, come potranno altre attrici sapere se sono al sicuro nei futuri corsi di formazione, workshop e laboratori che seguiranno? Quanta fiducia si chiede di avere alle giovani attrici che si affacciano al mondo del teatro, se non si ha nemmeno il coraggio di divulgare il nome di un abuser?
è per questo che serve aprire un discorso collettivo nel mondo dello spettacolo dal vivo, un discorso in cui le istituzioni devono mettersi in discussione e ammettere che per anni si è protetto un sistema con modalità patriarcali e machiste.
Sono pochi, pochissimi, i teatri che si sono espressi sulla vicenda, in un clima di omertà vergognoso – ma che non ci stupisce. Sappiamo che l’abuser ha potuto agire indisturbato, in maniera sistematica e continuata, perché tutti intorno a lui hanno preferito chiudere gli occhi, e perché il sistema teatrale italiano porta ancora i segni di un retaggio secondo cui il sessismo e le molestie sono considerate quasi “parte del processo”, e comunque faccende di poco conto, da minimizzare. Dagli stessi Teatri ora silenti, aspettiamo con ansia spettacoli, monologhi e iniziative in sala per l’8 marzo o il 25 novembre.
A Federica, Veronica, e tutte le sorelle che hanno dovuto, devono e dovranno lottare per farsi sentire, tutta la nostra solidarietà: urleremo insieme, con amore e rabbia.
Se sei un artista
ricordiamo che l’Osservatoria di Amleta raccoglie segnalazioni di abusi, discriminazioni o violenze nel mondo dello spettacolo: tutte le informazioni sul loro sito amleta.org. Le segnalazioni vengono gestite con discrezione e valutando le azioni da intraprendere a seconda del caso da affrontare.