Un esercito straniero che controlla le strade, segregazione abitativa e lavorativa, internamenti e deportazioni… Immagini che non vengono dall’infuocato cosiddetto medio-oriente, ma dal passato recente di un’isola che sta nel cuore del democraticissimo occidente: su quel margine d’Europa che si chiama Irlanda. Qui la musica attraverso le generazioni è rimasta un canale di diffusione delle voci di rivolta contro il potere inglese, di denuncia dei problemi sociali e politici, nonché una tessitura di trame del legame identitario e comunitario. In questa escursione allineiamo i battiti del cuore all’incedere ritmico delle ballad folk tradizionali, ci facciamo prendere a schiaffi dal punk degli anni 70-80, seguendo le tracce della musica di protesta irlandese fino ai giorni nostri.
Ci caliamo subito nel solco della tradizione delle irish rebel songs. Tramandate di generazione in generazione, sono state usate come mezzo di resistenza contro l’oppressione inglese sin dalle prime rivolte contro i coloni nel XVII secolo, fino ai Troubles del XX. Hanno giocato un ruolo simbolico importantissimo nel movimento culturale, sociale e politico irlandese, e, negli anni, sono state omaggiate e reinterpretate, risuonando nelle lotte sociali e politiche dell’Irlanda contemporanea.
Il primo brano è una versione unplugged live di Sinéad O’Connor della celeberrima Danny Boy. Nel testo originale della classica ballata folk (scritto nel 1910 dall’inglese Frederick Weatherly, poi musicato sulle note dell’inno irlandese Derry Air) un genitore si rivolge al figlio in partenza per la guerra. Nel 1993 la voce limpida e cruda di O’Connor aggiunge una strofa finale in riferimento alla liberazione dell’Irlanda: “But if I live and should you die for Ireland / Let not your dying thoughts be just of me, / But say a prayer to God for our dearest Ireland / I know He’ll hear and help to set her free”. Il risultato è un’atmosfera sospesa e straziante. Troviamo ancora l’iconica cantante di Dublino nell’interpretazione magistrale di The Foggy Dew dei The Chieftains, longeva band nata nel 1962 e internazionalmente conosciuta per aver dato nuova forma alla musica irlandese tradizionale. Il brano – in gaelico An Drúcht Geal Ceo – è una ballata che commemora i primi passi dell’Irlanda verso l’indipendenza dalla Gran Bretagna, a partire dalla rivolta di Pasqua del 1916.
Nei due brani folk di Paddy McGuigan, figura chiave della diffusione orale della memoria politica irlandese, troviamo una delle più genuine espressioni delle rebel songs contemporanee. The Men Behind the Wire racconta degli arresti di massa effettuati con l’operazione Demetrius nell’Irlanda del Nord da parte delle forze di sicurezza britanniche durante i Troubles del 1971. Lo stesso Paddy McGuigan venne arrestato dopo aver scritto il brano. Primo singolo della band The Barleycorn da lui formata in quegli anni a Belfast, questo brano scalò le classifiche irlandesi vendendo più copie di qualsiasi altro singolo prodotto fino ad allora in Irlanda e i ricavi delle vendite andarono alle famiglie degli internati. The Boys of the Old Brigade, scritto dalla prospettiva di un veterano combattente della rivolta di Pasqua, viene alla luce negli anni ‘60 per commemorare i volontari dell’Irish Republican Army (IRA) che hanno combattuto contro le forze inglesi durante la guerra di indipendenza del 1919-21. Il brano ha avuto enorme popolarità e risonanza, anche grazie alle interpretazioni di numerosi gruppi folk e punk più recenti. Ma a partire dagli anni dei Troubles (1968-1998) è stato oggetto di aspre controversie in Gran Bretagna e Irlanda del Nord, perché considerato potenzialmente celebrativo di una continuità simbolica tra l’IRA delle lotte di indipendenza e la Provisional IRA (Oglaigh na hÉireann). Il club di football Celtic dal 1996 vietò ai suoi tifosi di cantarlo durante le partite e dal 2012 al 2018 venne classificato come illegale negli stadi scozzesi. Nella Repubblica d’Irlanda oggi non ci sono restrizioni in merito all’esecuzione di questo brano, che viene considerato un’eredità culturale delle lotte di indipendenza, ma spesso ne viene evitata la riproduzione per non generare dissidi. Qui lo ascoltiamo nella versione di The Wolfe Tones, altra longeva e famosissima band, nata nel 1963 e Dublino e ancora in attività, il cui nome è ispirato a Theobald Wolfe Tone, uno dei leader della rivolta irlandese del 1798.
“Inflammable material is planted in my head / It’s a suspect device that’s left 2000 dead / Their solutions are our problems […] They take away our freedom / In the name of liberty”. Rimaniamo negli anni ‘70 ma arriviamo drittx al punk con le parole di Suspect Device: un sasso lanciato contro la vetrata della propaganda politica e la retorica della libertà portata attraverso l’oppressione. Così si apre il primo album dei Stiff Little Fingers, band nata a Belfast nel 1977 con Jake Burns, Henry Cluney, Ali McMordie e Brian Faloon. Inflammable Material è stato il primo album di un’etichetta indipendente ad entrare nelle classifiche inglesi, ha saputo parlare al mondo dei Troubles in corso in Irlanda del Nord e ha fatto la storia del punk. Un punk d’assalto, di strada, violento ed emotivo. Da qui ascoltiamo anche Alternative Ulster, scritta dalla prospettiva rabbiosa e frustrata di un adolescente di Belfast alla fine degli anni ‘70: indubbiamente uno dei brani più celebri sul tema dei Troubles, è considerata un capolavoro del punk politico.
Per un approccio punk-rock al folk ascoltiamo The Pogues, band anglo-irlandese fondata a Londra nel 1982 da Shane MacGowan (voce e chitarra folk), Jeremy Finer (banjo), Spider Stacy (flauto). The Street of Sorrow / Birmingham Six è un brano del 1988 diviso in due parti: nella prima testimonia la tristezza e la sofferenza vissute dagli abitanti dell’Irlanda del Nord durante i Troubles, mentre nella seconda parla di sei uomini irlandesi falsamente accusati di terrorismo in Inghilterra nel 1974, torturati e incarcerati “for being irish in the wrong place at the wrong time”. Il brano fu ampiamente censurato nei media britannici, fino a che tutti gli accusati non vennero dichiarati non colpevoli nel 1991.
L’istinto celebrativo, rivendicativo e critico permane anche nelle nuove generazioni di musicistx irlandesx, che continuano a usare la musica come canale di denuncia delle contraddizioni politiche e sociali e di impegno nella solidarietà internazionale.
Con i Lankum facciamo un salto in avanti sulla linea del tempo, ma ci ritroviamo ancora nel tracciato della forza espressiva della musica di strada e popolare. Qui l’energia punk dei fratelli dublinesi Ian e Daragh Lynch (che esordiscono nel 2003 come Lynched e l’album Where Did We Go Wrong? in cui un brano è dedicato anche a Carlo Giuliani) si fonde in un folk sperimentale che attinge alla psichedelica, al drone e all’ambient. Insieme al violinista Cormac MacDiarmada e alla cantante e polistrumentista Radie Peat nel 2014 danno vita a un sorprendente quanto convincente esperimento di folk contemporaneo. Déanta in Éireann ne è un esempio vivido: una ballata folk sul fenomeno della migrazione, soprattutto giovanile, e sulle sfidanti condizioni di vita in Irlanda oggi. Hunting the Wren con un’atmosfera avvolgente e profonda e le tipiche armonizzazioni a quattro voci, narra la storia di una comunità autogestita di donne ai margini della società (non sposate, ex detenute, vagabonde, libere pensatrici, lavoratrici dei campi e prostitute) che viveva nella condivisione di beni, cibo, alloggi, soldi e cura dei figli nel XIX secolo nel Kildare.
I Fontaines D.C. sono Carlos O’Connell, Conor Curley, Conor Deegan, Grian Chatten: quattro dublinesi del British and Irish Modern Music Institute che nel 2017 danno vita a quello che in pochi anni diventerà uno dei gruppi di riferimento della scena post-punk contemporanea. Testi poetici e a volte criptici, marchiati dalla caratteristica voce di Chatten, si accompagnano a melodie e arrangiamenti progressivamente sempre più sofisticati e complessi. I brani diventano presto inni generazionali introspettivi o di critica sociale: come Big, dal sound energico e piuttosto grezzo, che riprende il tema della frustrazione adolescenziale; I Love You, una lettera d’amore per il proprio paese, che ne sottolinea l’immobilismo e la corruzione; Starburster, incalzante ricerca di senso e respiro nel tumulto simbolico di un attacco di panico, con cui ci si spinge in area trip-hop e art rock.
Matura nel ventre della Belfast industriale, operaia, segregata e in costante lotta per l’autodeterminazione la violenza espressiva dei Kneecap. Un’identità politica marcata, un background repubblicano e socialista che li porta a rappare in gaelico, brani brutali che parlano di mancanza di lavoro, suicidi, uso di sostanze stupefacenti, da cui emerge rabbia e disagio ma anche la voglia di divertirsi. Esplode così nel 2017 il trio hip-hop di Mo Chara, Móglaí Bap e DJ Próvaí e fa subito parlare di sé a partire dalla scelta del nome (che richiama la pratica punitiva paramilitare della gambizzazione), ma soprattutto per l’uso di un linguaggio crudo, la mobilitazione per la libertà d’espressione, la critica all’establishment britannico. Seguono censura e l’annullamento di una borsa di studio. Tuttavia, i provvedimenti più preoccupanti contro la band arrivano dopo l’esplicita presa di posizione (in lingua inglese) contro il genocidio palestinese nel 2023: due di loro sono stati infatti inquisiti dal governo britannico ai sensi del Terrorism Act del 2000 con l’accusa (recentemente decaduta) di aver inneggiato ad organizzazioni come Hamas e Hezbollah. In realtà va sottolineato che il senso di vicinanza (soprattutto della gioventù nordirlandese) con la Palestina occupata e la solidarietà con Gaza e la Cisgiordania sono elementi presenti sin dagli anni ‘80, e numerosi continuano ad essere gli attestati di sostegno e le nette prese di posizione a fianco del popolo palestinese anche oggi da parte di moltissimx artistx dell’isola d’Irlanda.
Di Kneecap ascoltiamo il loro primo singolo C.E.A.R.T.A. (in gaelico cearta significa diritti) una satira tagliente delle condizioni di vita a Belfast ovest, scritta dopo il fermo di un amico di Moglaì Bap (avvenuto a margine di una manifestazione per il riconoscimento dell’idioma gaelico come lingua ufficiale al pari dell’inglese) che rifiutò di rispondere all’interrogatorio in lingua inglese, avvalendosi del diritto di rispondere nella propria lingua madre. Fine art, di attitudine grime, è il brano che dà nome al nuovo album e fa riferimento bufera mediatica che la band ha scatenato svelando un murale in cui brucia un’auto della polizia con lo slogan “Níl fáilte roimh an RUC” (il Royal Ulster Constabulary – ovvero il corpo di polizia attivo durante i Troubles – non è il benvenuto). Chiude l’escursione il recente The Recap scritto con il DJ drum&bass Mozey: un brano potente in gaelico e inglese con linee di basso martellanti, che tira le somme degli ultimi due anni di conflitto con il governo inglese.
Escursioni musicali – suoni al margine a cura di Bartok
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