POLITICA e SOCIALE

13 Giugno 2014

A tre anni dal referendum per l’acqua bene comune. Cosa è stato realmente fatto.

Sono passati esattamente 3 anni dal referendum del 12 Giugno 2011 per l’acqua bene comune (cioè per l’abrogazione della legge sulla gestione idrica e della legge che permetteva alle aziende private di gestione di avere guadagni dalle bollette), contro la legalizzazione del nucleare e contro la legge sul legittimo impedimento. Quel giorno quasi 25 milioni di persone (il 95,3% dei votanti) risposero che l’acqua è un diritto per tutt* e non una merce su cui speculare.
Attraverso quel voto si è riusciti ad impedire che venisse imposto l’obbligo di privatizzare il servizio di gestione idrico ed è stata sottolineata la volontà da parte de* cittadin* di mantenere l’acqua un bene comune, in quanto troppo essenziale alla vita per essere trattato come merce su cui speculare sopra e per cui ci sia qualcuno in grado di decidere a chi negarla o meno.
A 3 anni dal voto, è stata concretamente attuata la decisione del referendum?

A Novembre dello stesso anno comincia il mandato di Monti. Non ha avuto bisogno di essere minimamente conosciuto dai cittadini per diventare premier, figuriamoci se poteva sentire il dovere di dare importanza ad un referendum popolare di pochi mesi prima. E 7 mesi dopo il 12 Giugno, sotto la spinta del motto del governo secondo cui era necessario liberalizzare tutto, il sottosegretario alla presidenza, Catricalà, affermava la necessità di aprire, come gli altri settori, anche quello idrico al mercato.

E da qui in poi abbiamo assistito al susseguirsi di scandalose dichiarazioni, come quella pronunciata dall’allora ministro dell’economia Passera, che, come a voler svelare un trucco di magia (e di inganno), ha confessato: “Il referendum ha fatto saltare il meccanismo che rende obbligatoria la cessione ai privati del servizio di gestione dell’acqua, ma non ha mai impedito in sé la liberalizzazione del settore”. Di quale poi sia la volontà collettiva riscontrata dagli esiti del referendum, al ministro importava evidentemente molto poco.

Subito dopo, Passera ha trovato l’appoggio dell’amico Polillo, sottosegretario all’economia, che ancora più sincero e spudorato ha detto: “Il referendum sull’acqua è stato un mezzo imbroglio. Sia chiaro che l’acqua è e rimane un bene pubblico. E’ il servizio di distribuzione che va liberalizzato.”

Ma forse, anche dopo queste affermazioni, non a tutti era ancora chiara la situazione. Perciò Clini, ministro per l’ambiente di Monti, ha ritenuto di dover essere un po’ più chiara e ha spiegato: “La gestione dell’acqua come risorsa pubblica deve corrispondere alla valorizzazione del contenuto economico della gestione”. Come a dire che l’acqua in sé può anche non essere fonte di profitto, ma siccome per noi ha un valore ben preciso in quanto merce, il ricavo per il privato lo camuffiamo sotto forma di spesa di gestione.

Sul piano pratico, queste affermazioni hanno avuto come conseguenza che, con il governo Monti, sono state trasferite “le funzioni di regolazione e controllo dei servizi idrici” all’Autorità dell’Energia Elettrica e del Gas (AEEG), la quale ha il compito di favorire lo sviluppo del mercato e della libera concorrenza dell’elettricità, del gas e, grazie a questo provvedimento, anche del servizio idrico.

Dopo il referendum non in tutte le realtà territoriali è stata introdotta una gestione del tutto pubblica dell’acqua, e grazie ai fondi pubblici ricevuti attraverso l’AEEG, le aziende  private sono state avvantaggiate economicamente rispetto a quelle di diritto pubblico.

Per esempio due situazioni diverse si trovano se guardiamo chi gestisce il servizio idrico a Napoli e chi a Torino.
Nella città Napoli, dopo il referendum, è stata veloce la trasformazione della Arin S.p.a. in ABC Acqua bene Comune Napoli, azienda speciale di diritto pubblico, senza scopo di lucro. A Torino invece il gestore, prima del referendum, era SMAT S.p.a. e lo è tutt’ora. Una società che in uqanto privata ha interessi ad investire al di fuori del servizio di gestione idrica. Investimenti che però vanno a pesare sulla qualità del servizio stesso e a gravare sui costi che gli/le utenti dovranno pagare comunque all’azienda.
A Perugia è Umbra Acque a gestire il servizio idrico. E’ un’azienda per quasi metà di proprietà privata (il 40% è di proprietà della società romana ACEA S.p.a.) e per il resto è controllata dal Comune di Perugia e altri soggetti pubblici. Condizioni queste che permettono alla parte privata della società di far ricadere le proprie speculazioni sui soggetti pubblici (come si per esempio visto con la vicenda di APM, azienda gestrice dei trasporti pubblici a Perugia, da poco fallita per motivi privatistici).

Non era certo questa la situazione che quella enorme parte de* cittadin* si aspettava di trovare dopo 3 anni da quando ha messo la croce sul SI perché venissero abrogate quelle leggi che avrebbero permesso ancora la speculazione su un bene che di fatto è e deve restare un bene comune per il futuro di tutt* e non una merce per il guadagno di pochi.
Ma al posto di quelle leggi ne sono fatte altre, senza tenere minimamente conto del volere collettivo, senza un minimo di pudore e di democrazia. Forse è perché ormai siamo entrati nella democrazia del capitale, dove non esiste più la figura del cittadino, ma solo quella del consumatore, e solo chi ha accesso ad un bene o un servizio, essenziale o superfluo che sia, può decidere su come gestirlo, e se privare qualcuno o meno di usufruirne. Certo è, però, che da questa logica, da questa “democrazia” del capitale, se ne può ancora uscire.

L.F.

5 Giugno 2014

PERUGIA 05.06.14 – DIRITTO ALLA MOBILITA’ VERSO L’11 LUGLIO

Questa mattina attiviste e attivisti della campagna cittadina “Abbiamo già pagato” hanno costruito un’altra giornata di iniziative per il diritto alla mobilità, per reclamare quindi il diritto di tutte e tutti a muoversi liberamente in città, senza barriere di ordine economico rappresentate dai costi già altissimi dei trasporti.

Il concentramento, in zona Stazione Centrale, si è poi spostato davanti al Tribunale di Perugia dove è stato esposto uno striscione contro l’operazione giudiziaria a Torino (111 indagati, 30 misure cautelari di cui 11 in carcere), e gli sgomberi e gli sfratti degli ultimi giorni.

L’iniziativa sul diritto alla mobilità è parte di un percorso comune che ci vedrà presenti e protagonisti anche l’11 Luglio a Torino, alla contestazione del vertice europeo sulla disoccupazione giovanile.

La questione occupazionale, di cui la BCE e i governi europei intendono parlare, varrà come formalizzazione definitiva del lavoro in lavoro precario, perlopiù gratuito (tirocini, stage e ricorso a lavoro volontario) e continuamente sotto ricatto.

Contro la precarizzazione delle nostre vite, il ricatto del mercato del lavoro e chi crede di fermare i movimenti con arresti, sgomberi e sfratti, noi continuiamo a reclamare casa, reddito e diritti per tutte e tutti.

Domenica 8 giugno ore 17,30 Assemblea Pubblica al c.s.o.a. Ex Mattatoio

 #AbbiamogiàPagato

#civediamolundici

30 Maggio 2014

Una riflessione sull’EXPO 2015, vetrina di un vizio diffuso

expo

Fra meno di un anno assisteremo all’apertura dei cancelli dell’esposizione universale di Milano, EXPO 2015, un melting pot delle maggiori aziende attive a livello globale. In Italia verrà ospitata la massima espressione dell’economia industriale, che poco o per niente lascia spazio alle piccole aziende e artigiani. Per non parlare della totale noncuranza da parte della fiera nei confronti delle tante critiche avanzate da soggetti che portano avanti paratiche di economia solidale, GAS, coltivatori di prodotti biologici, attivi nello stesso territorio milanese. 

Quali sono dunque i punti critici dell’EXPO?

Uno è evidentemente lo stravolgimento di un’area verde (si parla di quasi 100 ettari), per la progettazione e il finanziamento, a spese pubbliche, della piattaforma e delle strutture che ospiteranno la fiera. Si tratta inoltre di opere di cui una metà non potranno mai essere realizzate in tempo. Le strutture che invece verranno realizzate recheranno, se possibile, ancora più danno, visto che renderanno per sempre improduttiva una grande zona agricola. E’ qui che diventa palese la volontà di speculare su potenziali risorse economiche utili alla collettività a beneficio di introiti per le aziende costruttrici coinvolte nelle realizzazione dell’evento. Come si può quindi pensare che l’EXPO possa raggiungere quegli “obiettivi di crescita economica, ma anche di rafforzamento del dialogo interculturale e di responsabilità sociale nei confronti di paesi colpiti dal dramma della fame e della povertà” inneggiati dall’ex sindaco di Milano Moratti nel 2009?

Un altro punto riguarda le infrastrutture da costruire, che nel piano risultano annesse all’EXPO: la Tangenziale Est esterna di Milano e la “direttissima” Brescia-Bergamo-Milano, che sarebbero dovute essere concluse entro Dicembre 2013. Queste andranno ad occupare  1.090 ettari di suolo agricolo e solo 258 di suolo già urbanizzato. Del suolo agricolo, 220 ettari fanno parte della provincia di Monza-Brianza, andando a nuocere ad un’area già iper antropologizzata (solo il 45% del suolo non è cementificato, la percentuale più bassa in Italia).

Davanti a questo disastro ambientale, le inchieste aperte dalla procura e poi anche dalla Corte dei Conti nei confronti dei dirigenti responsabili alla realizzazione degli impianti passano relativamente in secondo piano. Lo stesso Renzi ha dichiarato che l’obbiettivo sarà di “fermare i ladri non le opere”, ignorando quindi il problema di fondo per concentrarsi soltanto sulla punta dell’iceberg, che comunque rappresenta già di per sè un fatto grave.

La domanda che verrebbe ora da porsi è dove questi signori possano trovare il coraggio di affibbiare all’EXPO un valore di crescita economica esemplare per il resto del mondo? E’ piuttosto evidente la contraddizione nell’affermare di voler superare la crisi attraverso la speculazione selvaggia di fondi pubblici. Come possono continuare a usare il vuoto slogan “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita“, senza che vi siano le basi per parlare concretramente e senza ipocrisia di rivalutazione dell’agricoltura come bene comune, della salvaguardia della biodiversità agroalimentare (vedi il caso degli OGM Monsanto in Friuli), di un‘economia solidale, che non punti al mero profitto personale?

L.F.

 

22 Maggio 2014

CAICOCCI – Continua la battaglia per la Terra Bene Comune

CONDIVIDI

Presidio davanti alla regione per la tutela del casolare e il terreno di Caicocci.

15 Maggio 2014

Trattative commerciali UE-USA. Zero controlli per gli OGM

noogmL’economia capitalista globale delle multinazionali ha puntato il proprio sguardo al territorio agricolo europeo ed italiano. Da Aprile è in corso una trattativa fra UE e USA, detta Transatlantic Trade and Investiment Partenership, tra i cui fini vi è quello di abolire i costi provenienti dai fattori burocratici che intervengono nello scambio commerciale fra i due partner. Apparentemente nulla di spaventoso. Abbattere i costi si rifletterebbe su un risparmio da parte dei Paesi coinvolti nello scambio. Ma di quali fattori burocratici si tratta? Il vero problema è che si vuole annullare quella serie di controlli riguardanti la sicurezza dal punto di vista salutistico degli alimenti. Cioè, per esempio, non ci sarebbe più nessun problema per l’introduzione in commercio di prodotti OGM, carni alimentate con steroidi, pollame al cloro, ecc… Il tutto reso legale da accordi che, se entrassero in porto, avrebbero maggiore importanza dei regolamenti nazionali relativi alla questione.

In Italia già si sentono i primi sintomi di questa malattia che minaccia il suo arrivo: in Friuli la nota azienda Monsanto ha acquistato dei terreni in cui si coltivano semi dal materiale genetico modificato, come denunciato da GreenPeace. Tante le polemiche ma chiaramente zero i provvedimenti.

gc Per fortuna c’è chi vuol fare qualcosa perchè vengano sottolineate le conseguenze negative che questi accordi porterebbero se venissero siglati nei termini in cui si presentano ora.
La rete nazionale di allevatori e contadini di Genuino Clandestino ha inserito questo tema all’interno di un incontro, quello del
 16-17-18 Maggio a Roma, il quale toccherà una serie di numerosi punti importantissimo riguardanti l’agricoltura e il suo sfruttamento da parte del sistema capitalistico.

Genuino Clandestino lancia l’invito estendendolo a tutte le realtà che a livello nazionale si battono per la riconquista dei beni comuni contro l’avanzamento delle logiche capitaliste.

L’incontro sarà organizzato in tavoli tematici e gli argomenti che verranno discussi riguarderanno: la necessità di creare una sinergia tra movimenti contro le forme di assedio che la logica del profitto usa contro territori sia urbani che extraurbani; la ricerca di un metodo per far si che le pratiche di custodia sociale operate da Genuino Clandestino non sfocino in altro se non l’utilizzo sociale della terra e finalizzato alla autodeterminazione e alla sovranità alimentare; crescita dell’interesse da parte delle multinazionali per l’accaparramento dei terreni in Italia e diffusione di pratiche contro salutari come gli OGM; la trattiva per il Transatlantic Trade and Investiment Partenership; la problematica del caporalato e dello sfruttamento dei braccianti (migranti e non), sempre più diffusa da Nord a Sud; diverse questioni sull’allevamento. Forte connotazione all’incontro appare anche data dalla giusta critica nei confronti dell’EXPO 2015, come strumento di “propaganda” e affermazione di quel meccanismo commerciale, lontano dai reali bisogni della gente, fautore piuttosto di indebitamento, corruzione e insostenibilità (economica ed ambientale).

Un validissimo esempio di opposizione dal basso contro il sistema capitalista nella gestione delle terre è presente anche qui in Umbria. Si tratta della pratica portata avanti dal comitato Caicocci Terra Sociale. Coinvolti direttamente nella lotta alle privatizzazioni dei beni comuni, i membri del comitato hanno lanciato un presidio, previsto per il 20 Maggio, in Piazza Italia, a Perugia. La sede non è casuale, pochè là di fronte vi è la sede della Regione Umbria, attuale proprietaria del terreno preso in “custodia sociale” dal comitato. E alla Regione il presidio chiederà che venga abbandonato il piano di vendita di Caicocci e che venga riconosciuto il suo effettivo valore che può dimostrare come bene comune.  

Comunicato Stampa: Presidio davanti alla Regione Umbria contro vendita Caicocci
<<Il governo Renzi per sua stessa ammissione intende – scrive il comitato – “aggredire il patrimonio pubblico “, la Regione Umbria già lo fa, ignorando qualunque forma di dissenso, qualunque alternativa. In tutto il territorio è in atto una corsa scellerata alla vendita di terre, coste, isole, aziende strategiche, e ogni sorta di bene comune, in un disegno che somiglia sempre più a un atto di pirateria che a un intervento governativo volto a risanare un paese. Il comitato “Caicocci terra sociale” continua la sua battaglia per difendere la struttura dalla vendita e dall’incuria pianificata. Per chiedere che Caicocci venga tolta dal piano di alienazione regionale, Perchè rientri nel banco della terra. Perchè Caicocci resti un bene comune e venga destinato ad uso sociale.>>

https://www.facebook.com/events/323810404438902/323877551098854/?notif_t=plan_mall_activity

http://genuinoclandestino.noblogs.org/post/2014/03/30/invito-movimenti/

L.F.

Scroll to top