«La nostra identità non proviene da Detroit, Chicago o Berlino, ma dalle nostre tradizioni musicali. Sono convinto che la prossima rivoluzione della musica elettronica avrà luogo in Africa»
Questa citazione è di Brian Bamanya, da un’intervista a Pan African Music del 2022. Bamanya, nel 2018, si è messo alla ricerca di componenti elettroniche di scarto in negozi di riparazioni informatiche a Kampala, la capitale ugandese e, facendo riferimento a tutorial e schemi di circuiti integrati recuperati online, è riuscito a sviluppare e costruire il primo sintetizzatore modulare DIY africano, l’Afrorack (che poi è anche il nome del suo progetto musicale). «Il risultato si avvicina di molto agli standard Eurorack (norma e formato di sistema modulare concepiti nel 1955 dal musicista e ingegnere tedesco Dieter Döpfer) ed è una dimostrazione di vera prodezza tecnica», scrive Il giornale della musica. «Per quanto riguarda i sintetizzatori attuali, reperibili con difficoltà sul mercato ugandese – c’è un solo negozio in tutto il continente africano che vende moduli Eurorack – il più delle volte sono di fattura statunitense o tedesca e hanno un prezzo esorbitante. Ma Bamanya, contrario allo strumento industriale, aggiunge un particolare: «Il fascino del DIY risiede nel suo potere di emancipazione: essere capace di costruirsi in autonomia uno strumento al fine di creare della musica, trovo tutto ciò molto anti-consumistico e ovviamente mi piace da matti (…) A parte qualche raro appassionato in Sudafrica, qui è una novità assoluta».
Ma insomma perché c’è questo fermento nella musica elettronica in Africa e in particolare in Uganda?
Dipende molto da un progetto che porta con sé dei problemi, ma è credibile.
E questo progetto è il Nyege Nyege Festival, da cui poi sono nate le etichette Nyege Nyege Tapes e la satellite Hakuna Kulala. “Nyege Nyege” è coniato dal termine ekinyegenyege, che in lingua luganda significa più o meno “un’irresistibile voglia di ballare”. La prima edizione del festival ha avuto luogo nel 2015 a Jinja, ma ancor prima c’erano le serate chiamate Boutiq Electroniq al Tilapia di Kampala in cui, a differenza della tipica proposta degli altri club della città (dancehall commerciale, reggae, hip-hop), si ascoltavano e soprattutto ballavano generi elettronici africani come kuduro, tarraxinha, balani, coupé-décalé, soukous ecc. con l’aggiunta di sonorità “bianche” che fino a quel momento non avevano spazio nel clubbing ugandese, come techno e grime.
Fin qui sembra tutto giusto ma c’è un ma, perché i due fondatori del collettivo che ha dato luogo a tutto ciò non sono africani. Si sono conosciuti a Kampala, ma Derek Debru è un docente di cinema belga, mentre Arlen Dilsivian è un affermato etnomusicologo greco-armeno. Il Guardian scrive che «la casa di Debru è il cuore pulsante di ciò che rappresenta Nyege Nyege (…), funge da spazio temporaneo e ospita un cast rotante di musicisti (e tre cani randagi). La casa è costantemente piena di musica e gli artisti suonano spesso in rave selvaggi in città, attirando sia i ricchi che i poveri di Kampala, uniti dal desiderio di questo suono elettronico d’avanguardia.» Dubru nelle interviste parla spesso di decolonizzazione della musica elettronica africana, ma il fatto che abbia origini in uno dei paesi che ha perpetrato in questo continente un colonialismo brutale e senza scrupoli non può che non far pensare a una base quantomeno white savior complex di tutto ciò.
È quindi questa la questione inevitabilmente problematica, ma il progetto, come detto, sembra credibile.
Se non altro perché le dinamiche di dialogo e reciproca contaminazione sono finalmente rispettose e senza nessuna retorica da (appunto) white savior. E non sono nemmeno neocolonialistiche da musicista del “primo mondo” che va in Africa, campiona le percussioni e se ne torna a Detroit, Chicago o Berlino (tornando alla citazione iniziale) con il suo bel cimelio. Sempre nel Guardian si legge che «Nyege Nyege è molto attenta a questo aspetto. Debru e Dilsizian hanno cercato di trasformare questa dinamica in qualcosa di positivo con Nihiloxica, un progetto formato dagli artisti britannici Spooky J e PQ in collaborazione con il Nilotica Drum Ensemble di Kampala. “Il problema di arrivare, campionare e andarsene è che potresti catturare cose incredibili, ma sarai molto disconnesso dal risultato finale”, afferma Jacob Maskell-Key (Spooky J), che ha fatto proprio questo prima di tornare a vivere a Kampala. «Devi stare in un posto per un po’ per capire non solo le tradizioni musicali, ma anche come vive la gente: tutto è collegato.»
Per carità, c’è molta retorica in queste parole, troppa, ma quando passiamo all’ascolto la musica è in realtà coerente con queste affermazioni, e non solo per il progetto Nihiloxica ma per tutto quello che coinvolge figure musicali non africane. In più, tornando alla decolonizzazione, il fermento musicale che si respira sta generando una scena molto varia che non è solo contaminazione, ma fa valicare i confini a generi tradizionali molto circoscritti geograficamente, soprattutto parlando di Africa orientale – un po’ più fuori dai radar rispetto al versante ovest del continente che può vantare ad esempio l’afrobeat, più “esportabile” grazie a influenze come funk, jazz, soul, R&B (che sono sempre “black music” ma a cui un orecchio “bianco” è più abituato) o anche rispetto al già citato kuduro angolano che abbiamo imparato a conoscere un po’ meglio in queste parti del mondo, sia nel bene (Buraka Som Sistema) che nel male (vedi Danza Kuduro di Lucenzo che mi guardo bene dal linkare).
In tutto ciò il festival è stato e continua a essere almeno formalmente osteggiato dalle istituzioni ugandesi, perché del resto in Uganda c’è una situazione non dissimile da altri Paesi dell’Africa subsahariana: una ““democrazia”” (immaginatevi altre virgolette), con un presidente ““eletto”” (immaginatevi ancora più virgolette) ininterrottamente dal 1986, Yoweri Museveni.
Museveni ha 82 anni ed è stato ““rieletto”” (vabbè insomma avete capito) di recente, nel gennaio 2026, ma «per blindare la propria presidenza ha da tempo rimosso ogni ostacolo costituzionale: prima eliminando i limiti di mandato presidenziale nel 2005, poi abolendo il limite d’età (75 anni) nel 2017», si legge su ISPI.
Il governo con a capo Museveni è ovviamente conservatore, e «il festival, nonostante sia una “miniera d’oro” per il turismo, ha incontrato diversi ostacoli. Nel 2018, a pochi giorni dall’inizio, l’allora ministro per l’Etica e l’Integrità Simon Lokodo (esiste davvero in Uganda questo dicastero, “Minister of State for Ethics and Integrity”, ndr), cercò di fermare l’evento. Nel 2019, pochi giorni dopo la conclusione, tre pastori della città ne chiesero la messa al bando.», scriveva Ajabu Africa.
Non aiuta il fatto che “Nyege Nyege”, oltre all’urgenza di ballare di cui sopra, sia anche un omofono di un’espressione swahili che credo renda di più in inglese (anche per la neutralità della lingua) cioè “horny horny”, né che il festival esprima concetti di inclusività di tutti i tipi in un Paese in cui per esempio l’omosessualità non solo è illegale, ma dal 2023 si prevede anche la pena di morte per “omosessualità aggravata” (sic.).
E però alla fine il festival nonostante le minacce formali è sempre stato autorizzato. Nel 2022 il governo ugandese l’aveva addirittura vietato, salvo poi tornare sui propri passi: «parlamentari, leader religiosi, attivisti per i diritti umani e alcuni funzionari governativi hanno messo in discussione l’integrità del festival, ritenendolo un terreno fertile per l’immoralità. La presidente del parlamento ne aveva dichiarato il divieto appena una settimana prima dell’inizio. Ma meno di 24 ore dopo, una riunione d’emergenza presieduta dal primo ministro, ha autorizzato l’evento. (…) era troppo tardi per annullarlo, poiché migliaia di turisti erano già attesi e una cancellazione avrebbe causato gravi perdite finanziarie. Ha rassicurato il pubblico che l’evento si sarebbe svolto secondo linee guida rigorose, tra cui il divieto d’ingresso ai minori e il divieto di nudità», scriveva African Arguments.
Insomma, al governo piacciono i soldi, e questo penso sia ovvio e valga per tutti i governi, ma magari piace loro anche il fatto che nel mondo si parli in termini positivi di Uganda per motivi inaspettati, senza che peraltro loro abbiano fatto nulla per mettere in pratica una sorta di music washing (non so se esiste questo termine ma insomma lo mutuerei da sportswashing, pinkwashing, rainbow washing ecc), un po’ come fa Israele con Eurovision (già maestro di rainbow washing e pinkwashing), ma in questo caso molto consapevolmente.
Poi avrei anche la tentazione di aggiungere le eventuali implicazioni che verrebbero fuori dal censurare, se non peggio, un qualcosa che alla fine è nato sì in Uganda, ma da due persone europee e bianche.
Ma non lo farò perché il discorso è complicato e questa non è la sede, qui ho cercato solo di mettere insieme qualche spunto. Godiamoci questo primo passo e soprattutto la musica che ne sta venendo fuori, perché è bellissima.
E allora, dopo tutto questo pippone, cosa ascolteremo?
Intanto, molte percussioni, ma tanto tanto altro. Si ballerà quasi sempre (con cose a volte di avanguardia, a volte genuinamente tamarre), come al solito si andrà di palo in frasca nel pieno spirito MWUS e, sempre come al solito, la selecta sarà molto soggettiva, per cui vi invito ad approfondire i profili BandCamp delle etichette Nyege Nyege Tapes e Hakuna Kulala perché sono miniere d’oro di cose estremamente valide ma che per un motivo o per un altro non ascolteremo qui. Tipo il rapper ugandese Ecko Bazz (ne cito uno su tutti) il cui singolo d’esordio Tuli Banyo, nella versione rave edit prodotta da Ekhe, veniva usato anche da Aphex Twin nei suoi set. Per dire.
Iniziamo inevitabilmente con Afrorack e la sua Last Modular che tra l’altro era anche il brano iniziale della leggendaria compilation L’Esprit de Nyege 2020, disponibile all’epoca per un mese e acquistabile in formato fisico solo in cassetta (ora volendo si può comprare il formato digitale a 666 €, sic.).
Proseguiamo con il progetto Nihiloxica citato in precedenza, che è un tipo di commistione tra percussioni tradizionali ed elettronica a cui mi sa che le nostre orecchie non sono abituate. Le mie sono felicissime, a partire dal brividino derivante dalla prima apparizione del synth, e il brano è spiazzante.
Poi andiamo su HHY & The Kampala Unit che merita un approfondimento, perché fa tanti giri geografici e musicali e ci dà spunti. HHY è lo pseudonimo di Jonathan Uliel Saldanha, etnomusicologo, compositore e polistrumentista portoghese, che con Nyege Nyege Tapes ha lavorato anche con il progetto HHY & The Macumbas. Perché tanti giri? Perché parliamo di progetti principalmente batida, un genere molto radicato nelle periferie di Lisbona che si presenta come «un mix artigianale di kuduro angolano e altri stili africani portati in Portogallo dalla diaspora lusofona, e mescolati con le nuove possibilità offerte dalla democratizzazione dei primi software di audio digitale». Ho messo questo virgolettato di Matilde Manicardi dal sito del magazine Zero perché ci fa un po’ capire quanto siano complessi e interessanti i percorsi dei generi musicali, soprattutto da un punto di vista sociale, e poi perché sarebbero tante le questioni da affrontare, nella musica (ma soprattutto su tutto il resto, aggiungo), rispetto ai fenomeni legati a diaspore e ritorni, e poi anche quanto la «democratizzazione dei primi software di audio digitale» abbia fatto per la musica, ma neanche per questo è la sede giusta. Aggiungo solo che nel disco da cui prendiamo questo brano appare anche la Kampala Prison Brass Band, di cui non trovo molte informazioni in giro ma pare sia composta da guardie carcerarie e detenuti che suonano insieme.
Dopo questo brano iniziamo a spaziare un po’ con la rapper nigeriana Aunty Rayzor, perché comunque questa scena non è solo percussioni ed elettronica, è anche un dar voce a progetti hip-hop o comunque urban ma sempre contaminati da musiche tradizionali o quantomeno da un immaginario africano. Su questa stregua troveremo più in là brani di Chrisman (produttore congolese) e soprattutto McYallah, una storica rapper kenyota, ma cresciuta in Uganda, che scrive alternatamente in luganda, luo, swahili e inglese.
Nel frattempo si ballerà con Slickback (kenyota), Arsenal Mikebe (ugandese) e DJ Finale (congolese) con tre diversi modi di intendere le percussioni anche a livello di bpm, che siano tradizionali o drum machine.
Non voglio introdurre tutti i brani ma verso la fine ci sono due cose che vorrei un minimo approfondire, se non altro per motivare in qualche modo la credibilità che ho assegnato al progetto Nyege Nyege.
In primis un pezzo che ho preso dalla compilation Electro Acholi Kaboom from Northern Uganda, che mette insieme una serie di brani tradizionali da matrimonio in versione elettronica prodotti tra il 2003 e il 2008. La cosa bella è che non sono remix veri e propri, né in qualche modo volontà di “modernizzare” cose tradizionali: le versioni elettroniche sono dovute alle conseguenze della guerra civile, perché questi brani venivano originariamente eseguiti da ensemble “nuziali” composti da numerosi elementi (fino a 25) e che però, a causa del conflitto, era diventato praticamente impossibile ingaggiare. Quindi sono subentrati giovani produttori che usavano software come Fruity Loops, semplicissimo da scaricare illegalmente e relativamente facile da usare, per creare le basi elettroniche e far ballare in qualche modo le persone invitate alla festa.
Poi ho inserito anche un momento singeli perché è un genere che mi ha molto stupito e per motivi non solo musicali ma anche perché mette insieme un po’ di riflessioni fatte qui su decolonizzazioni, diaspore, democratizzazione dei software ecc.
Il singeli è nato a metà degli anni 2000 in Tanzania ed è molto particolare, perché mette insieme beat velocissimi (tra 180 e 300 bpm), MCing e musiche tradizionali. Il tutto con tonalità altissime a creare una totale frenesia. Dilsizian dice che ciò che lo distingue è la composizione “implacabile”, che «si affida principalmente agli alti per spingere la musica in avanti, piuttosto che ai bassi». Si legge di nuovo nel Guardian che ora in Tanzania «è diventato mainstream, al pari della musica di Drake o Kendrick Lamar (…). È sorprendente immaginare il singeli come colonna sonora di una festa scolastica se si considera che la velocità sconvolgente, ma il suono deriva dalla musica dance che veniva diffusa ai matrimoni e ai raduni sociali nei ghetti. Mitta (un produttore, ndr) afferma che il ritmo del singeli è nato dal desiderio di essere diversi quando le risorse, come gli strumenti musicali, erano limitate. “Non avevamo modi per fare musica”, dice Mitta. Inizialmente, prendevano le sezioni strumentali del taarab — una musica costiera con testi in swahili e influenze arabe di Zanzibar — per poi metterle in loop e velocizzarle. Registravamo i rapper (MC) — i cui testi parlano della vita di strada e dei problemi che colpiscono i giovani tanzaniani — usando i telefoni cellulari. Bamba Pana (un dj, ndr) afferma che il risultato è che il singeli “sembra locale, come se fosse la nostra musica”. Il tutto con Virtual DJ, un software rudimentale ma relativamente facile da utilizzare. Makavelli, un veterano MC della scena, aggiunge che il singeli “taglia trasversalmente la società: persino i politici hanno usato questa musica nelle loro campagne elettorali” e, nonostante sia un genere così localizzato, i suoi creatori lo considerano globale, un genere di musica dance che ha il potenziale per diventare onnipresente.»
Magari può essere quindi il singeli a guidare la nuova rivoluzione della musica elettronica, chi lo sa. Intanto, buon ascolto 🙂
Le selezioni musicali a cura di Mantocchi
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